La Korea del Nord, nodo cruciale della politica estera americana in Estremo Oriente, ha sorpreso l'amministrazione Obama con il rilascio di un attivista statunitense. Cosa significa questo? Alessandro Badella
Alcune settimane fa, la situazione di "guerra latente" tra le due Koree (nel 1953 non era stato firmato nessun trattato di pace) aveva portato Seoul a dichiarare la possibilità di una guerra preventiva in caso di minacce reiterate da parte del Nord. Il che aveva condotto ad alcune scaramucce di frontiera, con colpi d'artiglieria sparati da ambo le parti. Dopo pochi giorni la possibilità di un conflitto è stata ridimensionata, anche se ovviamente la tensione rimane alta soprattutto perché, periodicamente, il regime di Pyongyang sfida la stabilità regionale e le potenze mondiali sul riarmo nucleare.
SPUNTI DI RIFLESSIONE - Tuttavia, da questa vicenda della riappacificazione tra le Koree si possono trarre interessanti spunti sulla redistribuzione geopolitica dei poteri nella regione asiatica. Come premessa possiamo anche considerare che in Korea del Nord era detenuto sino a pochi giorni fa il missionario attivista Robert Park, che il giorno di Natale aveva attraversato la frontiera sino-koreana per recapitare una petizione (per la difesa delle libertà civili e religiose) al "Caro Leader", Kim Jong Il. Ora Park è tornato negli Stati Uniti, liberato dal regime nordkoreano dopo 43 giorni di prigionia. Questa liberazione (e ancor prima, la suddetta incarcerazione) potrebbe essere una chiave importante per comprendere il momento di distensione tra Usa e Korea del Nord.
DEPENNATA DALLA BLACK LIST - Una distensione che è stata concretizzata dal presidente Obama lo scorso mercoledì, quando ha rifiutato di confermare Pyongyang nella lista nera dei paesi che sponsorizzano il terrorismo. Un sorprendente cambio di direzione visto quanto preventivato dal segretario della difesa Robert Gates solo sei mesi fa. Allora si parlava di un possibile attacco koreano alle basi militari americane alle Hawaii, una nuova Pear Harbour, magari nucleare. Ora sembra che le cose stiano cambiando. Sicuramente non occorre banalizzare la strategia della rimozione del Paese asiatico dalla black list degli "stati canaglia" (la Clinton considera ancora Iran e Korea una reale ed imminente minaccia alla sicurezza statunitense). La strategia sembra essere precisa, ovvero allentare la pressione militare e sanzionatoria, magari giocandosi meglio e subito la carta della diplomazia soprattutto sul tema del riarmo nucleare koreano. E la buona volontà koreana di liberare Park (un segno di apparente distenzione) è stata compensata appunto con il depennamento dalla lista nera da parte di Washington.
IL TERZO INCOMODO - Chiaramente non poteva mancare un terzo attore: la Cina. Il dragone asiatico sta già esercitando un ruolo determinante nelle vicende iraniane. La politica del dialogo è largamente preferita da Pechino per gli ingenti interessi economici a Teheran e poi perché, come dice il detto, "il nemico del mio nemico è mio amico". Allo stesso modo, i vincoli ideologici (più in passato che oggi) e la possibilità di metttere in difficoltà gli Stati Uniti stanno alla base della politica cinese verso la Korea del Nord. Ma, soprattutto, Pyongyang è dipendente economicamente da Pechino. Pertanto, come conferma la visita di Wang Jiarui, dirigente del partito comunista cinese, l'intercessione cinese sul nuscleare koreano è fondamentale. Si sta creando, in aree calde ed "antiamericane" del pianeta, una sorta di "monopolio della dissuasione" in mano proprio ai cinesi. Iran e Korea del Nord sono due ottimi esempi di questo monopolio. E, contemporaneamente, della perdita di questo potere da parte del mondo euro-americano.