Pochi sanno che il primo pugile di colore e texano a vincere il campionato del mondo di boxe dei pesi massimi fu Arthur Jack Johnson.
Bruno Virdò
Egli nacque a Galveston il 31 marzo 1878. Come intuibile, nacque da una famiglia di schiavi ed iniziò la carriera come battles royal, ossia come fenomeno da baraccone cui venivano lanciati i soldi da parte dei bianchi. A diciannove anni fece il grande salto nel professionismo, anche se la legge texana impediva ai boxeur di colore di prendere parte ai match. Ma, grazie a questa legge che si tramutò poi in consuetudine da parte dei pugili bianchi, Johnson divenne il primo pugile di colore a vincere il titolo mondiale dei pesi massimi, dal momento che James Jeffries si rifiutò di combattere contro di lui perché di colore. Sette anni dopo il colosso texano battè in Australia (in un match appositamente organizzato) il “bianco” Tommy Burns, mentre due anni dopo, nel 1910, riuscì finalmente ad incontrare e a battere James Jeffries. A quel punto, sembrò che gloria e fama dovessero accompagnarlo per tutta la vita. Ma, la cultura schiavista ancora latente negli Stati del sud (in special modo nel Texas) mal digerì il successo e la ribalta di un atleta di colore.
DECLINO - Così, fu vietata la diffusione di pellicole che ritraevano il colosso (era alto 187 cm per 105 kg) vincitore nei confronti di pugili bianchi. Ad aggravare la sua già difficile situazione, contribuì la sua vita privata e le sue preferenze nella scelta delle partner femminili. Egli, infatti, si sposò per tre volte con donne bianche e decise di aprire anche un locale ad Harlem, il “Club Deluxe”. La reazione dell'opinione pubblica e delle istituzioni non si fece attendere: fu imprigionato per violazione della “Legge Mann”, che prevedeva che nessun uomo di colore potesse intrattenere relazioni di alcun tipo con donne di razza bianca. Fu arrestato con l'accusa di sfruttamento della prostituzione, solo perché “osò” consegnare uno biglietto ferroviario alla sua fidanzata (bianca) Belle Schreiber, per recarsi da Pittsburgh a Chicago. Uscito di prigione un anno dopo, rischiò di finire di nuovo in Tribunale, per avere allacciato una relazione con un'altra prostituta bianca. A questo punto, fuggì all'estero e trovò rifugio a Cuba. Nell'isola, però, perse il titolo e terminò la sua brillante carriera: fu battuto nettamente dal “bianco” Jess Willard, un cowboy di due metri preciso e potente. La notizia rimbalzò immediatamente negli Usa, dove si assistette ad inusitate scene di giubilo. Così, sconfitto sul ring, emarginato, osteggiato dal quella mentalità ottusa che allignava negli Stati del Sud, si abbandonò ad una vita dissoluta e senza prospettive. Morì nel 1946 in un incidente automobilistico. Così si chiuse tragicamente la vita del precursore della “black power”che avrebbe avuto in Mike Tyson la sua massima espressione.