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Speciale 7 novembre

Susanna Parigi, una cantautrice letteraria
 Interviste
La cantautrice toscana Susanna Parigi, dopo un'infanzia ed un'adolescenza trascorse con risultati eccellenti al conservatorio, è pianista di star del calibro di Riccardo Cocciante, Claudio Baglioni e vocalist di Raf.

Bruno Virdò

Susanna Parigi suona la fisarmonica, compone testi musicali e si propone come la precorritrice di un genere musicale originale e sublime denominato ”pop letterario”. Il suo quarto disco “L'insulto delle parole” (che si compone di dieci tracce) è la massima espressione di un genere nuovo, colto, ed attento all'approfondimento di tematiche “universali” come l'amore (o l'abuso che se ne fa di questo vocabolo), la femminilità, la portata potenzialmente distruttrice delle parole, spesso utilizzate come “arma” per ferire, distorcere a proprio piacimento la realtà, strumentalizzare situazioni.


Susanna, parlami del tuo ultimo lavoro, e delle sue particolarità sotto il profilo dei contenuti testuali e di quelli musicali.
La particolarità più evidente è che tutti i brani hanno riferimenti alla parola. Come mai questo? Perché l'insulto quotidiano alla parola e della parola è sentito profondamente dalla stragrande maggioranza delle persone. Questo tema ricorrente nel mio album è scaturito dall'indignazione per come vengono distorte le notizie, o per come si ricorra ad un uso volgare della parola. Tengo a precisare, però, che “L'insulto delle parole” non è un cd politico, né pretende di nascondere rivendicazioni sociali. E' solo una critica per come le cose, pur rimanendo le stesse nella sostanza, ricevano un nome diverso, magari per edulcorarla. La parte musicale consta di pianoforte, voci e quartetto d'archi. Sonorità ed armonie che richiamino il passato, la memoria.

Come è nata la tua passione per la musica e cosa alimenta la tua vocazione a scrivere testi, creare melodie originali e a cantarne le dolci note?
La passione per la musica risale a quand'ero bambina, ai miei tre anni e mezzo. Ho rivelato ai miei genitori la mia vocazione artistica; ho iniziato a cantare a quattro anni e mezzo. A nove sono entrata in Conservatorio, non per fare la conservatorista classica, ma per scrivere canzoni. I cambi di tonalità mi riuscivano naturalmente; il solfeggio era poco più che una passeggiata di salute. Continuando gli studi, però, ho compreso l'importanza per lo studio sia del profilo vocale che per la scrittura musicale e letteraria.

Perché prediligi il pop letterario? Per la tua ricca formazione o per evidenti inclinazioni poetiche?
Il mio stile, innanzitutto, è difficilmente collocabile; per essere una cantautrice sono molto musicale, ho lavorato molto sulla voce e ho dato grande risalto agli incisi. Prediligo il pop letterario, perché in esso viene data grande importanza al testo.

Hai citato Montale per sostenere l'idiosincrasia alla stesura della tua biografia. Molti artisti e uomini di potere ritengono che una buona biografia costituisca parte integrante del loro successo. Perché la pensi diversamente?
Faccio un esempio: ho lavorato con Cocciante, Baglioni, Raf. Ciò non toglie che potrei non saper scrivere, come non è detto che saprei suonare, cantare...Una biografia è solo una carrellata di nomi, di date che direbbe ciò che ho fatto, non quella che sono.

Cosa si apprende dal lavorare con artisti come Riccardo Cocciante, Claudio Baglioni, Fiorella Mannoia? Quali sono i loro punti di forza e le eventuali carenze che hai potuto riscontrare?
Sotto il profilo artistico non posso pronunciarmi. E' evidente che se gli artisti in questione raggiungono questi risultati, ci sono per forza delle doti superiori alla media. Cocciante esprime una musicalità unica; Baglioni è un complesso di virtuosismi per come canta, per come sa arrivare diritto al cuore delle persone. E poi, con il suo album “Oltre” ha saputo rimettersi in gioco; la Mannoia dispone di una accattivante particolarità della voce. Se lavori con loro, impari a far nascere un tour, come si respira l'aria del palcoscenico, la cura dei dettagli. L'unica cosa negativa che imputerei loro è che, benché dispongano di ingenti risorse finanziarie, non ne utilizzano parte per aiutare i giovani artisti ad emergere. Fosse per me, donerei parte di ciò che mi avrebbe donato la musica.

Quali sono le caratteristiche che rendono la pop-art una corrente culturale ed artistica, capace di improntare l'identità socio-culturale dell'Occidente, in antitesi al concetto oraziano di arte?
In qualunque campo dello scibile umano, se si arriva ad avere un' estrema padronanza della materia - un fisico, un chimico, per esempio - diventa sempre più difficile per un profano comprenderne i risvolti. Per la musica credo che si debba fare un altro tipo di discorso. La musica di per sé ha degli elementi di popolarità, ma c'è sempre il veicolo “live”, che rende accessibile ai più anche uno linguaggio sofisticato. Ecco la forza della pop-art!

Perché in Italia il pop letterario non ha conquistato finora le luci della ribalta?
In primis, perché questo genere sta nascendo ora. Poi, stiamo vivendo in una indecorosa barbarie culturale. Del resto, è difficile contrastare un gigante come la tv. Sarebbe un bello "strumento" se utilizzato bene; io ho conosciuto Carmelo Bene, e Pirandello attraverso la tv. Il dramma è che se passa il messaggio che le “scorciatoie” pagano, ecco che non c'è più nessuna cura per il talento. Inoltre, se si pensa ad un regalo come un disco o un dvd, non si dovrebbe pensare di arricchire l'artista, ma di arricchire un pensiero indipendente.

Tu sostieni che la parola abbia una potenza smisurata, può fare la differenza tra vivere o morire. La parola è sacra. In una tua canzone “Raro movimento” deprechi la banalizzazione lo spreco di una parola oggigiorno fin troppo abusata anche dalla pubblicità e dai media: l'amore. Perché si tende a svuotare questa parola della sua sostanza?
La parola è svilita dalla pubblicità, dal “popolo della Corrida”. La tv tende ad offrirci un'immagine di una sessualità morta, di un desiderio mai raggiungibile. Galimberti sostiene che un corpo nudo per fini commerciali non è mai la sintesi della bellezza. E l'uso della parola amore è spesso fuori luogo e figlio di un falso romanticismo. Si recita un linguaggio, in fin dei conti, e si assiste al decadimento semantico della parola.

In una tua canzone “La fiorista” commenti il silenzio con le parole dell'abate Dinouart e di Corrado Augias; si potrebbe citare anche Pablo Neruda “la parola è un'ala del silenzio”o Andrè Neher nel suo “esilio della parola”. Ritieni, dunque, che la società odierna debba rendersi conto che il pudore e la privacy non si possano alienare?
Senza dubbio. Nel troppo parlare non si sfugge al peccato.
 
Ne "L'attenzione” ti trovi a sussurrare nell'orecchio di un amico tutte le cose che una donna vorrebbe sentirsi dire. Pensi che la femminilità sia un universo mai del tutto esplorato in tutte le sue sfaccettature?
Certo che è un universo inesplorato. Il guaio è che nessuna donna si sentirà mai soddisfatta in qualche cosa. Lo scarto tra immaginazione e realtà è troppo grande, purtroppo. Comunque, ritengo che il linguaggio femminile sia meno scandagliato di quello maschile. Perché la letteratura è stata sempre appannaggio degli uomini. Io mi reputo la prima artista italiana ad avere avuto il coraggio di affrontare il complesso linguaggio erotico femminile.

Sogni nel cassetto?
Esibirmi in tanti concerti. La mia vera passione.



 
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