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Speciale 7 novembre

Parla Francesco Zizola, fotoreporter di guerra
 Interviste
Come nasce la passione di un fotoreporter, e cosa può dare la fotografia ad un mondo scosso dalle guerre?

Floriana Liuni

MILANO - Francesco Zizola ha fotografato le maggiori crisi ed i conflitti degli ultimi 20 anni. Nato a Roma nel 1962 e laureato in antropologia, ha fatto parte delle agenzie fotografiche Magnum e Contrasto, e nel 2007 ha fondato con altri colleghi la NOOR, con sede ad Amsterdam. Zizola ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui il "World Press Photo of the Year" nel 1996, per un reportage che documenta la tragedia delle mine anti-uomo in Angola. Altri sette " World Press Photo" di categoria e quattro "Pictures of the Year Awards" si sono aggiunti negli ultimi anni. Lo abbiamo intervistato per capire come nasce la passione di un fotoreporter, e cosa può dare la fotografia ad un mondo scosso dalle guerre.


Qual è la foto scattata da lei a cui tiene di più, e perché?
È difficile dirlo. Le fotografie sono frutto di un pensiero e di una visione accurata, e il fotografo le considera come se fossero figli suoi, quindi dire che una è la migliore significa sminuire le altre. Ci sono tuttavia delle foto che ho scattato in contesti di conflitto, e che mi hanno aiutato più di altre a sottolineare l’assurdità della guerra. Una di queste ritrae il “Soldato Thomas”, ed è stata scattata nel 2003 in una Baghdad appena conquistata dagli americani. Il nome del soldato è scritto sulla divisa, e lui guarda l’obiettivo ridendo e col pollice in su, un gesto di gioia per aver svolto bene la sua missione. E qual è questa missione? Si vede alle sue spalle, è un pezzo di città che brucia. Ecco, questa foto è il ritratto di una realtà crudele e tristissima.

Cos’è una buona fotografia?
Ho maturato nei decenni la convinzione che l’immagine sia un metodo di comunicazione efficace per entrare nella mente delle persone, un metodo diverso rispetto ad altri linguaggi più complessi, come quello della letteratura. Il linguaggio migliore è quello della fotografia non artefatta, che ritrae la realtà così com’è. Una fotografia che si rifà alla vita che scorre, e viene prodotta e distribuita non solo con l’intenzione di rappresentare un fatto, ma anche di sottolineare come ogni evento che coinvolge degli esseri umani ci ponga delle domande. Una buona fotografia giornalistica deve avere questo doppio valore: da un lato deve essere un documento, dall’altro deve essere un simbolo, capace di farci riflettere sul presente e sul futuro.

Quali sono le tecniche che preferisce usare?
Come molti fotoreporter uso macchine leggere e discrete, poco visibili, e cerco di fare in modo che la mia presenza non sia notata o, meglio ancora, sia del tutto ignorata. Questo per poter cogliere con più spontaneità e discrezione momenti di vita, quotidiana o straordinaria, vissuti da esseri umani, che non devono essere influenzati da una tecnologia troppo invadente.

C’è un episodio legato ad una foto che ha scattato e che le è rimasto impresso?
Ce ne sono due. Il primo è una frase di un bambino di strada che stavo fotografando per un reportage dal Brasile. Mi diceva continuamente: “Non andare via, fotografami ancora, perché domani potrei non esserci più, potrei morire”. Queste parole mi fecero riflettere sia sulla storia dei bambini di strada che stavo raccontando, sia quale sia il ruolo della fotografia in queste storie. Un altro episodio è legato a un'immagine che scelsi di non catturare. Ero in Thailandia, in un monastero buddista, dove venivano raccolti dei malati terminali di AIDS. Decisi che fotografare i malati non avrebbe aggiunto nulla alla storia che stavo raccontando, e per di più avrei offeso la dignità di quelle persone che vivevano i loro ultimi momenti di vita. Giravo quindi con il monaco che mi faceva da guida, e avevo la macchina fotografica in spalla, non pronta allo scatto. Uno dei pazienti però disse alla mia guida, che mi faceva anche da interprete, di chiedermi di fotografarlo perché voleva lasciare un ricordo di sé e della sua esistenza. Quando presi la macchina fotografica per esaudire la sua richiesta, quell’uomo morì.

Come mai ha scelto questo mestiere, e cos’è che secondo lei rende speciale la fotografia?
Sono diventato fotoreporter perché fin da bambino ho sempre avuto una forte attrazione per il linguaggio delle immagini, e soprattutto per la fotografia che rappresenta gli esseri umani. In particolare, ebbi modo di vedere una foto sul genocidio degli ebrei che mi colpi moltissimo. È stata scattata da un anonimo, e rappresenta un campo di concentramento dopo la liberazione: si vedono moltissimi corpi di prigionieri morti. Successivamente altre fotografie hanno segnato la mia consapevolezza sul fotoreportage di guerra, come quella scattata da Nick Ut della Associated Press che rappresenta una bambina nuda che scappa da un villaggio vietnamita in fiamme, ustionata dal napalm. Una fotografia che ha segnato non solo la mia consapevolezza dell’assurdità della guerra, ma che ha colpito le coscienze di diverse generazioni di persone. Quella foto contribuì a creare un’opinione pubblica fortemente contraria alla guerra in Vietnam, e, personalmente, rafforzò la mia passione per il linguaggio fotografico. La domanda è: una fotografia ha mai cambiato il corso della storia? Onestamente, non posso che rispondere no, non credo sia mai successo. Però credo che un’immagine fotografica possa far riflettere, e dare un contributo significativo per la formazione di una coscienza e di una maggiore consapevolezza degli eventi che ci circondano.



 
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