Berlusconi: più attaccanti nel Milan, ma no agli acquisti folli. Galliani si trapianterà i capelli, sperando nelle doppie punte.

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Talk-show e democrazia: esperienze a confronto
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 Una nuova stagione televisiva invade ormai le nostre case, con fiction, reality e polemiche nate o create ad arte negli studi di Saxa Rubra o di Cologno Monzese. Di fronte a questa inondazione, è forse il caso di riflettere su quanto la televisione generalista offra in termini di talk-show politici: non è infatti un mistero che proprio nei salotti televisivi – da quelli più istituzionali come “Porta a Porta” o “Matrix” a quelli più urlati come “Annozero”, fino al radical-chic de “L’era glaciale” – i politici si giochino una buona parte dei consensi elettorali. Ma se i programmi TV influenzano la società, allo stesso modo essi sono uno specchio della società stessa e quindi, se indagati con attenzione, rivelano i punti forti e soprattutto i punti deboli degli italiani. Fabio Guidali Pur senza generalizzare in maniera eccessiva per inserire in uno schema interpretativo programmi tra loro anche molto diversi – per genere, pubblico, orario di messa in onda – è evidente che diversi aspetti accomunano tra loro i talk-show serali italiani, e rare sono le eccezioni. In primo luogo a colpire sono i grandi spazi, gli immensi studi televisivi che non solo allontanano gli ospiti dal pubblico, come se fosse necessaria una certa distanza di sicurezza, ma anche gli ospiti tra loro. Ad “Annozero” – forse per evitare che passino facilmente alle mani? – gli ospiti sono ad almeno due metri di distanza l’uno dall’altro, così come a “Matrix”, mentre a “Porta a porta” sembra vigere la regola della divisione per squadre, per cui ancora una volta le distanze da coprire non sono indifferenti. In mezzo, è sempre il giornalista-presentatore, significativamente sempre in piedi (se si eccettua Daria Bignardi), al centro della scena: non più semplice moderatore di un dibattito, ma demiurgo e padrone della scena e della parola, protagonista spesso più degli ospiti stessi – e il riferimento è naturalmente a Santoro. Un terzo elemento che accomuna i talk-show italiani è il monologo, perché difficilmente si può parlare di dialogo tra gli ospiti o di ricerca di un punto comune: si ha dialogo, infatti, quando ognuno lascia qualcosa di suo per andare incontro all’altro, cosa rarissima per i politici in genere ma in special modo per quelli italiani, troppo abituati ad alzare i toni, in senso non metaforico, per prevalere sull’avversario. E il risultato è un dialogo tra sordi o meglio tra assordati: un monologo, appunto.
L’ERBA DEL VICINO – Un confronto con la realtà internazionale, ed in particolare con quella dell’area mitteleuropea, permette di constatare quanto i citati elementi distintivi dei talk-show italiani possano essere ricondotti a caratteri specifici del nostro Paese e della nostra democrazia. I talk-show di carattere politico maggiormente seguiti dal pubblico tedesco – su ZDF “Maybritt Illner” e “Johannes B. Kerner” (quest’ultimo ha appena chiuso i battenti dopo oltre 10 stagioni di grande successo di pubblico), su ARD “Anne Will” – fungono quanto in Italia da catalizzatori dell’opinione pubblica, in collaborazione con la stampa quotidiana e periodica. Nonostante sia raro vedere la politica in prima serata – i citati programmi sono in palinsesto a partire dalle 21.45 circa – il pubblico si dimostra sempre molto fedele, mantenendo lo share in media attorno al 10-15%. Una caratteristica dei talk-show tedeschi è certamente l’omonimia tra il programma e il giornalista che lo presenta, secondo l’usanza anglosassone. Eppure stando davanti al televisore ci si rende conto di quanto la personalizzazione sia ben lontana dal raggiungere le vette italiane: il giornalista non ha bisogno di mettersi in piedi al centro della scena, ma modera il dibattito con la semplice scelta delle domande e naturalmente degli ospiti. I conduttori si presentano infatti già seduti a fianco dei loro ospiti, senza sfilate di sorta e senza che nessuno si presenti via via nel corso della puntata suonando alla porta: le carte da giocare sono subito messo in tavola fin dalla prima mano. La stessa semplicità la si riscontra nelle linee e nei colori degli studi, la cui spoglia (ma impeccabilmente elegante) messa in scena farebbe probabilmente inorridire qualsiasi scenografo nostrano, per il quale anche uno stile minimalista deve sempre andare di pari passo con elementi degni della Biennale di Venezia, con installazioni improbabili e provocatorie – si pensi al tronco che attraversa il salotto de “L’era glaciale”. Anche il pubblico è sempre molto vicino agli ospiti, che a loro volta si ritrovano disposti in cerchio o a semicerchio, uno accanto all’altro, dando occasione alla regia di inventare nuove modalità di ripresa (primi piani e zoomate da sopra le spalle di un altro ospite, ad esempio) e soprattutto offrendo agli ospiti stessi l’opportunità di una migliore comunicazione interpersonale, grazie all’enorme vantaggio di potersi guardare direttamente negli occhi. Anche gli atteggiamenti urlati e spesso triviali della nostra TV non trovano posto nelle serate tedesche: solo Kerner ha sempre avuto la tendenza ad oltrepassare la misura, ma anche il caso estremo – la cacciata di un’ospite nell’ottobre 2007, la presentatrice e scrittrice Eva Herman, accusata di apologia della politica familiare del nazismo – partiva dalla lettura approfondita dei testi delle dichiarazioni sotto accusa, in presenza dell’autrice stessa e senza mai alzare i toni della discussione. DEMOCRAZIA - Sebbene i significati che si possano dare alla parola “democrazia” siano molto vari, come insegnano, tra gli altri, Bobbio e Sartori, e Italia e Germania siano giunte entrambe in ritardo all’appuntamento democratico (se si eccettua la breve e travagliata parentesi della Repubblica di Weimar), diversi sono gli approcci alla democrazia che ne sono derivati e i talk-show stessi ne sono la dimostrazione. La Germania ha assunto un carattere democratico avendo alle spalle più lutti, distruzioni e sensi di colpa dell’Italia, anzi la parte orientale del Paese conosce la democrazia solo da venti anni esatti, tuttavia ha messo la freccia, superandoci. Questo è stato possibile grazie alla rieducazione (“Umerziehung”) portata avanti a tappe forzate dagli Alleati, che hanno inculcato nel popolo tedesco una concezione della democrazia come vero scambio di idee che in Italia quasi nessuno ha mai praticato. Una tale differenza è ormai stata assorbita nella quotidianità: la democrazia ha i tempi lunghi della discussione, quegli interminabili pomeriggi davanti ad un boccale di birra o ad un caffè lungo accompagnato da una sacher a più piani, gomito a gomito in una Kneipe o in un Café. Che scambio democratico ci può essere, invece, lì in piedi, pronti a fuggire, con una tazzina di caffè ristretto in mano secondo l’usanza italica? Il metodo della democrazia – il rispetto dell’interlocutore, l’ascolto, la ricerca di un punto d’incontro – è importante almeno quanto le istituzioni democratiche stesse, le quali restano funzionali solo se vivificate da tale metodo, altrimenti la prospettiva è la caduta in un cesarismo più o meno mediato dai mezzi di comunicazione. POSTDEMOCRAZIA? – Prima che il 2009 diventasse l’anno degli scandali, alcuni opinionisti avevano osservato il tentativo di Berlusconi e dell’attuale classe politica (bipartisan) di portare a compimento quella grande “rivoluzione liberale” che l’Italia avrebbe sempre mancato. Comunque sia, anche chi credeva che quella fase fosse ormai superata, si deve rendere conto che l’Italia è terribilmente indietro nello sviluppo del metodo democratico, e non tanto per una – vera o presunta che sia – mancanza di libertà di stampa e di informazione, quanto per una chiara carenza nel metodo democratico. O forse non siamo indietro, ma già avanti, sulla strada verso un modello di post-democrazia che magari gli altri ci invidieranno come soluzione alle innegabili magagne di ogni sistema parlamentare. Dopotutto l’Italia è già stata una volta all’avanguardia, suo malgrado, quando la forma politica del fascismo è stata altrove imitata o comunque apprezzata (anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna). Ma in questa eventualità non è il caso di darsi arie da primi della classe: la nostra democrazia, è risaputo, non funziona, e la causa non è forse o non soltanto di tipo istituzionale né di tipo personale, bensì è dovuta alla carente educazione all’ascolto e allo scambio, una mancanza di cui la TV si fa portatrice, quod erat demonstrandum.
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