MILANO - «Un paio di jeans e una giacca scura sono look ideale per portare uno di questi». Gianluca Saitto estrae dagli armadi alcuni dei suoi gilet da uomo. Colori che vanno dall’ocra al carta da zucchero fino a luminosi bianchi avorio. E, soprattutto, ore di lavoro sotto forma di elaborati ricami in paillettes o pietre. Siamo nel suo atelier, al 22 di via Ponte Vetero. A due passi dall’Accademia di Brera, uno studio in cui i dettagli rococò sfumano fra le forme essenziali del décor. Intorno, le linee morbide degli abiti, i tessuti leggeri o elaborati, le applicazioni ricamate divenute uno dei segni distintivi dello stilista. Le figure senza tempo degli abiti da donna, tubini, top a balze, ruches d’organza. E per l’uomo giacche monobottone, gilet in seta, motivi floreali, riflessi viola, champagne, antracite. «Rigorosamente made in Italy» mi spiega Gianluca, stilista che ha fatto della cura per il dettaglio sartoriale un marchio di fabbrica. È lui, svela dopo avermi mostrato con orgoglio l’atelier, a disegnare personalmente ogni particolare.
La formazione accademica nell’alta sartoria: saper disegnare è fondamentale?
Assolutamente no. È importante sapere come si realizza un vestito, non come disegnarlo: avere le idee, sapere ciò che si vuole fare. Il disegno in sé non è essenziale. Occorre conoscere la modellistica, che sta alla base dell’operazione pratica nella creazione del capo. Il disegno permette di scat enare la fantasia, ma anche i capi più strani e fantasiosi hanno vincoli nella realizzazione: si possono disegnare abiti che poi si rivelano irrealizzabili. Una base disegnata serve per poi passare all’atto pratico del confezioname
nto, per trasferire ai modellisti il concetto, l’idea… ma la cosa più bella è sapere come renderla concreta. Quando dall’idea si passa al modello, inoltre, il cartamodello si trova molto spesso a differire dal bozzetto originale: una linea si abbassa, o si alza, qualcosa cambia…
Come si bilanciano, in quest’ottica, creatività e competenza tecnica?
La componente tecnica è importante nel confezionamento, che richiede perfezione. Lo step del disegno, invece, porta con sé maggiore soggettività. C’è chi butta sul foglio una macchia di colore con due dettagli, chi invece realizza opere che sembrano olio su tela… I miei bozzetti hanno essenzialmente la funzione di fermare le idee che arrivano, anche per verificarne la fattibilità, o per mostrare al cliente su cosa si andrà a lavorare. Ovviamente poi il bozzetto può essere modificato e cambiare, come dicevo: si parte da un’ispirazione di fondo, che non muta, ma il modello che dà vita al bozzetto modifica la visione di partenza e le sue proporzioni… La persona che indosserà il vestito, poi, conta parecchio. Ognuno ha i suoi pregi: si cerca sempre di esaltarli, facendo passare in secondo piano i difetti. Occorre sempre far sì che l’abito sia in sintonia con il carattere della persona e con il suo stile. Il risultato va calibrato sulle caratteristiche fisiche, ma non solo, dell’individuo: in un abito occorre sempre sentirsi a proprio agio. Ricordiamoci anche che l’abito ci fa entrare in un mood tutto suo: una t-shirt viene indossata in modo rilassato, disinvolto; una giacca, invece, modifica la postura, fa assumere a chi la indossa un atteggiamento fisico diverso. Che non deve stridere con il carattere della persona: se qualcuno, con un completo, si sente fuori luogo fino a irrigidirsi… il risultato sarà pessimo, anche per il vestito stesso.
Quanto pesano – nel tuo lavoro e nelle tue collezioni – l’ispirazione classica, tradizionale, e la capacità di innovare?
Penso che ormai si sia visto di tutto nella moda. Ognuno fa quello che gli piace. Ma oggi, spesso, si vogliono cercare a tutti i costi forme nuove, anche quando queste vanno al di là di qualsiasi funzionalità. Penso di avere un’ispirazione abbastanza classica, ma cerco sempre di fare qualcosa che – innanzitutto – convinca me. Certo, non mi metto a creare la marsina settecentesca o il paniere di Maria Antonietta… ma cerco di captare forme, dalle più moderne alle più antiche, e di riproporre quelle che mi piacciono con la sensibilità conte
mporanea, influenzata dal background politico e sociale del mio secolo. Tieni conto che la nostra epoca influenzerebbe anche la creazione di una marsina, che non sarebbe mai uguale a una di quelle prodotte nel Settecento: l’ispirazione è profondamente legata al contesto in cui viviamo e operiamo. La linearità classica, senza tempo – come quella del tubino – può poi convivere con l’avanguardia. Nella scelta dei tessuti, ad esempio. Prendi un capo classico come la gonna a tubino o la giacca da uomo: se vi intervieni con una scelta di tessuto particolare, hai già un capo diverso. È il dettaglio che fa la differenza. Nel mio caso, molto spesso si tratta della scelta dei tessuti e del ricamo. L’importante è cogliere la bellezza senza tempo di alcune linee, di alcune fogge… che erano belle un tempo, che lo sono oggi e che lo saranno ancora, e trasportare quella bellezza in un capo che sia portabile e vivibile oggi.
Miuccia Prada ha dichiarato che, con la crisi economica, anche i suoi clienti più fedeli sono diventati più prudenti e attenti alle loro scelte d’acquisto. Pensi che questa crisi abbia portato davvero la necessità di lavorare di più sull’unicità dei capi, per offrire qualità sempre più alta?
Quando si pensa unicamente al profitto, abbassando i costi di produzione e alzando i prezzi, i risultati si vedono: tessuti scadenti, a volte mal cuciti, venduti a cifre assurde. Le persone, soprattutto oggi, fanno attenzione a ciò che comprano. Penso sia questa una delle ragioni principali per cui il comparto della moda ha avvertito la spallata della crisi in questo modo. Dico spesso che i prezzi dei miei capi sono prezzi giusti per prodotti fatti in Italia e di qualità… diciamo che non vendo a settemila euro una giacca normale, fatta qui, con un buon tessuto, ma senza ricami o decorazioni particolari. Poi, ovviamente, posso creare un capo da cinquantamila euro: lo ricamo con decorazioni che, per materiali e tempo lavoro, costino quella cifra. Se qualcuno vuole spendere diecimila euro per una giacca, creerò una giacca da diecimila euro. Se qualcuno ne vuole spendere quattrocento, mi regolerò di conseguenza. Dalle logiche di mercato, poi, non si scappa: se faccio fare un abito qui, avrà un costo; se faccio fare i ricami in India e la confezione in Romania… il prezzo si abbasserà! L’errore, a mio avviso, è mantenere prezzi astronomici anche per questo tipo di prodotti. E se a un cliente interessa la qualità, ma vede che – più volte – a fronte di un prezzo importante non corrisponde un alto livello qualitativo, sulla lunga distanza quel cliente si stancherà di acquistare. Poi c’è chi compra solo il marchio, il piacere di ostentare un prodotto di lusso… ma non credo sia quella la direzione in cui auspicare che la moda si muova.
La moda fa parte della cultura pop del 2000, come il cinema e la musica?
La moda del Novecento è stata caratterizzata da cambiamenti rapidissimi. I grandi stilisti sono diventati celebrità. Molti dei loro brand sono divenuti imperi: rimarranno sempre, che le collezioni vendano o non vendano, grazie ai loro investimenti negli alberghi, nell’immobiliare, nella finanza… Oggi, però, la moda sta vedendo sorgere nuove tendenze: quelle dell’abito su misura, fatto in atelier… Percepisco un cambiamento in questo senso. La maggiore attenzione all’acquisto porta con sé la necessità di maggiore qualità: sarà questa la strada da seguire, perché il mito della moda continui a vivere. La moda è arte, ma chi dice che l’abito (in quanto opera d’arte) non deve essere indossato per non perdere la sua aura di perfezione, sbaglia. Il vestito, indossato, diviene vivo. Non deve rimanere in vetrina.
Nel mondo della moda c’è ossessione per la bellezza fisica intesa come perfezione?
Sicuramente. Basta guardarsi attorno per capirlo. Ogni epoca, in proposito, ha avuto i suoi canoni. Oggi si è arrivati a estremi che difficilmente condivido, come quello della modella che pesa trenta chili. Non capisco perché. Le caratteristiche fisiche, come dicevo, vanno assecondate: farò due tipi di vestito diversi a chi è alto due metri e a chi lo è un metro e cinquanta. Io non sono ossessionato dalla bellezza fisica delle persone, non scelgo anoressiche per un servizio fotografico. Seguo il mio gusto, e basta. Non voglio imporre uno stile. Il rinnovo costante delle collezioni, del resto, è finalizzato soprattutto ad aumentare le vendite.
Diversi anni fa si leggeva “Basta modelle. Lo scettro del glamour torna alle attrici del cinema”. Pensi sia vero?
Manca anche alle attrici, oggi, l’allure e l’aura divistica di un tempo. Cinquant’anni fa erano le dive ad avere stile, indipendentemente dal vestito: erano personaggi che rendevano speciali le creazioni di moda indossate. Del resto non contano immagine e popolarità: l’eleganza è innata. È sempre più raro trovarla nel calderone mediatico della nostra epoca. Spesso mi chiedono quale personaggio mi piacerebbe vestire: faccio una fatica mostruosa a rispondere. Se pensassi ad avere un enorme ritorno d’immagine, sceglierei subito di vestire la figura televisiva attualmente sulla cresta dell’onda. Ma oggi molte delle personalità con atteggiamenti divistici fanno ridere. L’importante è la coerenza con il proprio stile e la propria etica. Non dobbiamo mai sottovalutare la forza del nostro pensiero: proseguire sulla propria strada credendo nelle proprie idee paga sempre.
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