“Il mio quotidiano è una lotta continua. Ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo. E' soprattutto una lotta per la vita, perché io adoro la vita e, anche se è dolorosa, vale veramente la pena di essere vissuta. Quindi mi batto per questo, mi batto per la vita, per mostrarmi alle ragazze che pensano che oggi per fare parte del mondo della moda bisogna essere magre per forza.”
Così nel 2007 parlava ai microfoni di France3 Isabelle Caro, modella francese di 28 anni, da 15 anoressica, per spiegare la sua scelta di posare nuda, in tutta la sua agghiacciante e mortale magrezza, davanti all'obiettivo di Oliviero Toscani per una famosa campagna shock contro il male silenzioso e crudele che la dilaniava da quando era ancora una bambina. Isabelle ha perso la sua lotta. Ha smesso di battersi forse da sempre, ma la fredda cronaca dice che è spirata a Tokyo il 17 novembre per una polmonite, il corpo sfiancato e martoriato dalla denutrizione, l'anima imprigionata nei fantasmi di un'infanzia da film dell'orrore.
UN'INFANZIA DIFFICILE - Isabelle era figlia di una fugace e appassionata relazione extraconiugale vissuta dalla madre con un'affascinante artista francese. Il marito della donna, molto più vecchio di lei, riconosce la bambina, ma la madre di Isabelle vuole conservare nella sua creatura l'immagine di quell'uomo gracile che è stato il vero grande amore della sua vita. L'infanzia della piccola Isabelle trascorre perciò tra le quattro mura di casa, perché “l'aria fa diventare grandi”, tra vestitini e scarpe troppo stretti perché la madre non vuole che cresca, tra solitudine e lezioni private di violino. Isabelle studia in casa, non va a scuola, non ha amici, esce una volta all'anno per andare in visita dai nonni, ai quali, su istruzioni della madre, racconta che va tutto bene, che va a scuola e ha un sacco di amici. Poi un giorno, quando ha 12 anni, Isabelle prende il mal di gola e la madre la porta dal dottore, che la misura e la pesa. Trentasette chili. Al suono di quelle parole la mamma fa una smorfia di disappunto e delusione: per lei è davvero troppo, la sua bambina deve rimanere piccola. “Avrei fatto qualsiasi cosa per renderla felice. Capii che per lei pesavo troppo. Così da quel giorno, pian piano, smisi di mangiare.”
UN URLO DI MUNCH CONTRO L'ANORESSIA - Il resto è storia di 15 anni di digiuni massacranti che hanno ridotto il corpo della giovane Isabelle a quello scheletro che nel 2007 ha colpito come un pugno nello stomaco dai cartelloni pubblicitari della campagna contro l'anoressia firmata da Oliviero Toscani per la marca d'abbigliamento Nolita. Isabelle Caro ha posato completamente nuda, scoprendo l'orrore di quel corpo che era solo un ammasso di ossa con qualche brandello di carne avvizzita e ricoperto di una lanugine chiara, quel volto scarnificato, reso innaturalmente affilato da interventi di chirurgia estetica, quegli occhi azzurri, grandi, sgranati i
n quello che doveva apparire, a detta dello stesso Toscani, un Urlo di Munch contro l'anoressia. Pesantissime critiche piovvero su Toscani e su quegli scatti, tanto che i cartelloni pubblicitari furono rimossi dalle città; Fabiola De Clercq, fondatrice dell'Aba, (Associazione per lo studio e la ricerca sull'anoressia, la bulimia e i disordini alimentari) segnalò il pericolo che quelle foto scatenassero il desiderio di emulazione da parte delle persone malate. Appoggio totale venne invece dall'allora ministro della Salute, Livia Turco, che ne sottolineò il potenziale comunicativo; consensi anche dal mondo della moda, con Dolce&Gabbana che sottolinearono come quegli scatti e la storia di Isabelle fossero utili a dimostrare che l'anoressia non è un problema della moda, ma una patologia nervosa. Ad ogni modo Isabelle Caro aveva deciso di prestarsi a questa campagna perché aveva trovato il coraggio e la volontà di uscire dal baratro nero in cui era piombata 15 anni prima; raggiunto l'agghiacciante peso di 25 chili nel 2005, Isabelle era finita in coma in seguito a un arresto cardiaco e proprio questo toccare il fondo l'aveva convinta a rialzarsi e prendere in mano la propria vita. Nel 2007, all'epoca della campagna, pesava già 31 chili e stava cominciando, lentamente e sotto la guida degli specialisti, ad alimentarsi di nuovo. Quegli scatti dovevano proprio servire a testimoniare che l'anoressia è una malattia che porta non alla magrezza e alla perfezione, ma alla morte. Isabelle l'aveva capito e voleva aiutare altre persone che si trovavano nella sua stessa situazione. “Le sofferenze fisiche e psicologiche che ho subito hanno un senso solo se possono essere d'aiuto a chi è caduto, o ha la tentazione di cadere, nella trappola da cui sto cercando di uscire.” - spiegava a Vanity Fair nel 2007.
LA FINE - Isabelle aveva anche aperto un blog in cui registrava i propri progressi, segnalava le date di presentazione del suo libro, “La ragazza che non voleva crescere”, offriva consigli nutrizionali alle giovani ragazze affette dall'anoressia. L'ultimo post è datato 29 settembre: “Ho conosciuto un medico nutrizionista: Dr. Gilles Demarque, da cui ho imparato molto, vi consiglio vivamente di andare sul suo sito. Io spero che questo vi potrà aiutare”. Poi il nulla. Non si sa cosa abbia portato davvero Isabelle alla morte. Non si sa se sia ripiombata nel baratro nero del digiuno, se sia stata divorata dal male che provava a curare. Chissà se stava davvero cercando di scalare la montagna della guarigione, chissà se è stata strappata ai fragili appigli su cui poggiava dall'irrecuperabile debilitazione fisica in cui versava oppure si è lasciata semplicemente cadere nel vuoto. Oliviero Toscani ha commentato così, in modo freddo, ma sincero, la notizia della sua scomparsa: “Isabelle era affetta nella psiche e nel corpo. Non volevo farla diventare un simbolo. La stampa invece di parlare dei problemi dell'anoressia ha reso famosa Isabelle come una starlette. E purtroppo penso che fosse compiaciuta della sua malattia. Ogni tanto mi domando se la sua anoressia non fosse un'arma per essere famosa”. Chi lo sa se proprio quelle immagini che, ritraendo l'orrore del suo corpo, avrebbero dovuto sensibilizzare l'opinione pubblica e aiutare le persone malate non abbiano finito per intrappolare ulteriormente la povera Isabelle nel folle, cieco, mortale compiacimento del suo corpo devastato. Nessuno saprà mai la verità.
UNA PIAGA SOCIALE - La triste storia di Isabelle Caro, però, fa puntare nuovamente i riflettori su quella che si sta imponendo sempre più come una vera e propria piaga sociale e che si sta espandendo a macchia d'olio, soprattutto tra le giovanissime: Maria Gabriella Gentile, direttrice dell'Ospedale milanese di Niguarda, in occasione delle recenti “20/e Giornate di Nutrizione Clinica” ha denunciato che il 10% delle ragazze tra i 12 e i 25 anni soffre di anoressia o bulimia e, dato ancor più allarmante, la maggior parte delle pazienti, una su quattro, si sottopone ai trattamenti troppo tardi, dopo almeno tre anni dall'inizio della malattia. Il vero problema è che, nonostante al giorno d'oggi la conoscenza di queste malattie sia abbastanza buona e i mezzi clinici per uscirne più che efficaci, è la volontà della paziente a contare veramente. Come nasce ed esplode dentro, così l'anoressia deve essere sconfitta. E' una questione psicologica, che ha solo come riflesso, come spia, come disperato grido d'aiuto la demolizione del corpo.
E' DAVVERO COLPA DELLA MODA? - E' ormai da tempo in corso una campagna contro l'anoressia che cerca di coinvolgere il mondo della moda e dello spettacolo, accusati molto spesso di proporre dei modelli di bellezza femminile non solo irraggiungibili, ma insani, e che spingerebbero soprattutto le adolescenti a un pericolosissimo spirito di emulazione. Anche Oliviero Toscani, colpito dalla notizia della morte di Isabelle Caro, intervistato da Il Fatto Quotidiano, ha puntato il dito contro la moda e, in particolare, contro le riviste: “Il danno che hanno fatto i giornali di moda femminili è irreparabile. Bisognerebbe intentare una causa collettiva ai giornali femminili”. E poi al Corriere della Sera: “ Il burqa delle donne musulmane non è niente al confronto di certi vestiti occidentali. Risultato: se non sei magro sei sfigato”.
E' indubbio che dalle passerelle, dalla Tv e dalle riviste di moda emergano dei modelli di bellezza tanto irreali quanto irraggiungibili e che questi stessi canali di comunicazione potrebbero diventare degli efficaci mezzi per creare nuovi status symbol di successo, più sani e meno incentrati sull'apparenza fisica; sarebbe opportuno chiedersi però quanto davvero stilisti e telecamere siano responsabili di questa piaga sociale. Non è forse riduttivo ricondurre la causa di malattie così devastanti a quelle che in effetti sono solo forme d'arte, che dunque scelgono le proprie muse e le proprie forme in base al sentire del momento?
Vincere lo stimolo della fame, dominare il proprio corpo, raggiungere un modello ideale sono segni di autocontrollo, di disciplina, di forza: di fronte alla vita spesso difficile, alle tante cose che non vanno come vorrebbe, l'anoressica si riconosce colpevole, debole, imperfetta. Ecco allora che il rifiuto del cibo, la mania di riempire ogni singolo secondo della giornata, il folle rigore nel compiere il proprio dovere a scuola o sul lavoro, il disperato bisogno di attività fisica che sfianchi il corpo e liberi la mente diventano dei mezzi per convincersi di avere il controllo di se stessa, dunque di tutto. Vincere il proprio corpo, la propria natura, è onnipotenza. L'anoressica riconosce nella magrezza la perfezione fisica e nel digiuno il mezzo per raggiungerla, dunque lo stile di vita corretto per ottenere anche la perfezione nell'anima; si sente quasi posseduta dalla dea Ana, come viene chiamata nei numerosissimi blog pro-anoressia che si trovano nel web.
“Devo lottare...devo essere una persona migliore e per esserlo devo cominciare a migliorarmi fuori...Ana è in me...ieri ero eccitata, esaltata, posseduta da lei...lei mi porterà verso il mio obiettivo e sarò apposto con me stessa...forte, sicura, soddisfatta. La sensazione che provo quando non mangio ...è fantastica...mi sento forte...decisa...determinata...sento di avere il controllo su me stessa”. Così scrive XXARIXX, una delle pro-ana blogger più popolari.
Ecco allora che le immagini di modelle e dive del cinema decisamente troppo magre vengono prese come modello, come Thinspiration, ma si tratta semplicemente della materializzazione di qualcosa che esiste già nella mente dell'anoressica. E' solo un promemoria che aiuta a tenere presente l'obiettivo, non certo il miraggio che spinge a lasciarsi cadere in questo fallace incubo.
E non è nemmeno consapevole, l'anoressica, di condannarsi a morte: “Io non odio la vita...io odio me stessa...La vita è stupenda...se non fosse per questo corpo di merda che non sopporto...”. L'anoressica si illude che questa sia la via per la perfezione e la felicità. Ben presto però si rende conto di non riuscire a scorgere la luce in fondo al tunnel. Come l'alcolista, dopo essersi ripreso dalla sbronza, si rende conto che i problemi che lo hanno attaccato alla bottiglia sono ancora tutti lì, così l'anoressica si troverà sempre a fare i conti con un corpo che non le piace, una vita difficile e un'insicurezza che la blocca. La stessa Isabelle Caro raccontava quanto dolce sia la prima illusione e quanto atroce l'accorgersi di trovarsi in una prigione: “Inizialmente c'è una grande euforia, si ha l'impressione di controllare tutto, poi però poco a poco si entra in una spirale infernale, la spirale della morte”. Uscirne si può. Basta volerlo. E la società, per prendersi cura di queste ragazze, di queste vite spezzate, non può illudersi di fare il suo dovere cancellando dalle passerelle le taglie 38. La cosa più importante è far sì che circoli l'idea che chiunque, in quanto persona, è speciale, è perfetto a suo modo, degno di realizzare i propri sogni e di essere amato. Non è retorica: ciò che deve importare veramente non è cosa facciamo, ma chi siamo. E' questo la vera sfida della società e l'unica possibile cura per malattie come l'anoressia: l'amore e il rispetto per l'essere umano.
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Commenti
cosa ne sa oliviero toscani? è mai stato anoressico, per poter dire che era compiaciuta della sua malattia? dopo pochi mesi ti senti invasa da un senso di paura, impotenza, sì forse anche orgogliosa del peso perduto ma è una cosa effimera che sparisce subito divorata dai sensi di colpa verso se stessi e gli altri, che ti amano e che tu fai soffrire tuo malgrado. e non tutti hanno la forza interiore per reagire, soprattutto se sono tanti anni di malattia. meditate, gente!
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