
“Mentre la preghiera si arrampica sulle pareti nude della stanza, il pugile più talentuoso del mondo pensa a quanti minuti, ore e giorni ha passato a prendere e dare pugni. Fare bene la sola cosa che si sa fare è un obbligo, saper fare solo quella una prigione”. Dopo aver lavorato nella casa editrice di famiglia, Michele Dalai passa dall’altra parte della barricata e dà alle stampe la propria opera prima. Attraverso la narrazione delle vicende di un giovane musicista e degli strampalati personaggi che lo circondano, Dalai dà vita a un romanzo suggestivo e originale, una sorta di epopea di una generazione che sembra aver perso i propri orizzonti di riferimento.
Antonio Flünke ha trent’anni, un grande talento per la musica e un’incerta carriera davanti a sé: scritturato da un manager senz'arte né parte, che vuole far di lui la punta di diamante di una boy band all’italiana chiamata Epica, si ritrova ad avere a che fare con una pittoresca galleria di personaggi. Dai compagni di avventura, come il ballerino italo-spagnolo Alessio detto Bello e il giovane adepto di Scientology, Federico, alla conturbante psicanalista, dottoressa Limone, al vecchio Sanpa, ex partigiano ed ex repubblichino al tempo stesso. Figlio di una bagnina romagnola e di un ex modello tedesco – “il ribaltamento di ogni teoria filosofica sulla riviera” – Antonio è abituato a rapportarsi con situazioni imprevedibili e al limite del grottesco. La più strampalata è quella che lo riguarda in prima persona: sin dall’infanzia, infatti, Antonio cade. Perde l’equilibrio, barcolla, oscilla, tentenna, poi precipita rovinosamente al suolo.
Sullo sfondo della Milano di fine anni Novanta, Antonio intraprende il cammino verso la celebrità che lo porterà ad esibirsi in una manifestazione canora a margine del Festival di Sanremo. Ma, come tutti i cammini che si rispettino, sarà costellato di ostacoli ed imprevisti: come quando il suo manager, ad esempio, decide di dedicarsi al business del cinema a luci rosse o Federico lo abbandona per fondare una nuova religione. Non mancheranno però gli incontri fortuiti, come quello con la misteriosa ragazza dalle lunghe trecce. Riuscirà, Antonio, a superare le numerose peripezie e ad uscire indenne dalle numerose cadute?
TRA GENI INCOMPRESI E GRANDI ASPETTATIVE - La prosa fluida, costellata di citazioni memorabili, e l’indubbia originalità delle vicende narrate, rappresentano sicuramente i punti di forza della prima fatica letteraria di Michele Dalai. Altrettanto gradevole risulta la scelta di intervallare il racconto delle vicende (e delle cadute) di Antonio con le cadute in pubblico di alcuni grandi personaggi della Storia: quella di Margareth Thatcher durante la visita di stato in Cina, di Giovanni Paolo II su un pavimento sdrucciolevole, del pugile Michael Spinks mandato al tappeto da Tyson, o di Enrico Berlinguer durante il suo ultimo, intenso, comizio. Eppure, terminata la lettura, l’impressione è che il tema delle "cadute", che si presta potenzialmente a molteplici metafore, non sia stato sufficientemente sviluppato. Ottimo lo spunto, buona l’esecuzione, ma non del tutto convincente l’assemblaggio finale. Nonostante questo, Le più strepitose cadute della mia vita rimane un’opera prima più che apprezzabile, se non altro per aver posto l’accento sui molti presunti geni incompresi che popolano il nostro tempo e per aver ironicamente intessuto un elogio della mediocrità precaria: “Siamo i minori, gli anonimi, i dimenticati. La nostra forza sta nell’accettazione della sconfitta, la nostra grandezza è la mancanza di talento. Siamo tutti al di sotto delle aspettative, quindi sono le aspettative a sbagliare”. D’altronde, emanciparsi dalla zona grigia della mediocrità è uno sforzo che richiede la disponibilità, se non proprio a cadere, a perdere per un po’ l’equilibrio.
Le più strepitose cadute della mia vita
Di Michele Dalai
Mondadori, 2012
292 pp.
18 euro
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