
“Ricordo, molti anni fa, mia madre in estasi davanti a un negozio di elettrodomestici: «Guarda, un frigorifero!» «Ma mamma, l'abbiamo già anche noi.» «Eeeh, no! Noi abbiamo soltanto una ghiacciaia; questo, il ghiaccio, lo fa, non bisogna mettercelo dentro.» Sogno di una macchina che teneva in freddo la roba e senza metterci dentro il ghiaccio, anzi, il ghiaccio addirittura lo fabbricava. Che miracoli fa, la scienza?” Già, che miracoli fa, la scienza? Se lo chiede Francesco Guccini nel suo ultimo libro Dizionario delle cose perdute, un catalogo di personalissimi momenti amarcord che il cantante emiliano regala ai propri lettori, risvegliando ricordi e suscitando emozioni inesorabilmente legate a un tempo che non c'è più.
Chi di noi, di fronte all'immancabile amico che sfoggia l'ultimo modello di cellulare, non è tornato con la mente agli anni in cui cominciavano a circolare quegli strani aggeggi più simili a un mattone che a un telefono? o ad ancora prima, quando, magari in vacanza con i genitori, si faceva la fila alla cabina del paese armati di gettone o – i più moderni – di tessera telefonica, per fare il resoconto delle lunghe giornate vacanziere telefonare a amichette e fidanzatini? Chi di noi non proverebbe una sensazione di straniamento e di piacevole sorpresa, se, nell'era di skype, e-mail e instant messaging, si dovesse veder recapitare una lettera, magari scritta a mano? Sembrano immagini di un tempo lontano, eppure sono passati solo pochi anni. È strano pensare a quante volte ci siamo sorpresi (non importa l'età) pensando a come erano diverse le cose "ai suoi tempi": la velocità dell'evoluzione tecnologica è tale che, se torniamo indietro anche solo di cinque-dieci anni, ci accorgiamo di come molti oggetti che oggi diamo per scontati non esistevano ancora, così come molti che davamo per scontati allora, sono scomparsi. Ognuno quindi potrebbe scrivere un proprio "dizionario delle cose perdute", senza correre il rischio di essere tacciato di anacronismo o facile tendenza alla nostalgia. L'ha fatto Francesco Guccini, classe 1940, con la maestria e l'ironia che lo contraddistinguono. Dalle maglie di lana casalinga “penitenziale cilicio che cagionava prurito, pungeva, scorticava”, alle “braghe corte” anche in inverno, che “era così e basta, non conoscevamo altre possibilità, ci tenevamo le gambe martoriate dal gelo”. Dal fatidico momento della chiamata al militare, al lattaio che caricava un grande bidone sulla sua bicicletta e faceva il giro delle case dove le massaie lo attendevano armate di pentolino. Dai pomeriggi passati in strada a far correre le biglie con le immagini dei ciclisti dell'epoca, alle giornate di pioggia in cui non restava che ricorrere a quel meraviglioso gioco di abilità e pazienza che ancora oggi chiamiamo shanghai.
UN LIBRO COLOR NOSTALGIA - Il Francesco Guccini scrittore si apprezza esattamente come il Francesco Guccini cantante, o meglio cantautore. Il segreto è sempre nella stessa insuperabile maestria che consiste nel combinare parole ed emozioni e nel rievocare immagini e ricordi di un tempo che non c'è più. Ma che ha contribuito a renderci ciò che oggi siamo diventati. La chiamano “malinconia gucciniana”: non è tristezza, è più nostalgia del possibile, un dolce crogiolarsi nel ricordo di ciò che è stato o che poteva essere e invece non sarà mai. In questo catalogo di amarcord, Guccini ricostruisce una serie di momenti appartenuti al suo passato: ripercorrerli, però, è anche ripercorrere la storia del nostro Paese. Immagini e ricordi di un piccolo mondo antico che è andato decomponendosi poco a poco, a volte ascoltati nei racconti di nonni e genitori, altre arrivati intatti, chissà come, ad evocare certi momenti dell'infanzia. Tra queste “buone cose di pessimo gusto” di gozzaniana memoria, ognuno potrà trovare la sua personale “madeleine”. Leggendo il capitolo dedicato al caffè d'orzo, in cui si ironizza sulla nuova usanza, prettamente femminile, di ordinare questa bevanda dal gusto retró, “atta a far digerire quello che la gentile signorina ha degustato per pasto, solitamente verdurine (ma questo è un altro discorso)”, chi scrive non può fare a meno di riconoscersi nel ricordo di quelle tazze fumanti, dall'aroma intenso (“l'orzo sapeva di orzo, non c'era verso”) scaldate sul fuoco di una vecchia stufa e bevute in “stoviglie color nostalgia”. E voi? Qual è la vostra, personale, madeleine?
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