Libri - Le due vite di Elsa

Martedì 07 Giugno 2011 19:13 Annalisa Perteghella Arts & Publishing - Libri
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“La mia lingua non poteva esprimere ciò che mi si agitava dentro, e il villaggio mi prese per scemo.” Con queste parole Edgar Lee Masters nel suo capolavoro Antologia di Spoon River fa esprimere “il matto” Frank Drummer, la cui difficoltà a comunicare ciò che gli si agita nell'animo viene magistralmente ripresa da Fabrizio De Andrè nell'apertura del suo “Un matto”: “Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole”. E proprio il tema della follia è ciò che fa da sfondo al nuovo romanzo di Rita Charbonnier, Le due vite di Elsa. La follia come reazione difensiva e come risposta ad un mondo esterno che ci vorrebbe diversi da quello che siamo realmente; la follia come etichetta sociale dietro cui si nasconde una difficoltà a comunicare se stessi e le proprie reali aspirazioni.

 

TRA REALTÀ E FINZIONE - Roma, 1931. Sullo sfondo dell'Italia fascista che soffoca e reprime le istanze individuali ed esalta l'uniformità del pensiero e la massificazione delle coscienze, Elsa Puglielli, figlia di un noto gallerista della Roma bene, emerge dal grigiore che avvolge la capitale romana alla vigilia delle celebrazioni per il cinquantenario della morte di Garibaldi. Ciò che fa emergere Elsa dalla massa non è tuttavia la propria dote locutoria o la brillantezza dei propri gesti, bensì la propia difficoltà a entrare in relazione con il mondo esterno, che si manifesta attraverso balbuzie e timidezza ai limiti del patologico. Condannata a una vita mediocre secondo l'altezzosa zia Olga, Elsa trova sostegno solamente nel fratello Michelangelo, giovane antifascista, e nel padre Giacinto, abituato per mestiere a ricercare il bello in mezzo all'apparente mediocrità e spinto dalla propria indole generosa e gentile a ricercare il buono che giace in fondo all'animo degli individui più tormentati. La proposta di Giacinto per aiutare Elsa ad uscire dalla propria bolla immaginaria - il meccanismo di auto-difesa adottato dalla giovane – è la partecipazione alla realizzazione di uno spettacolo teatrale incentrato sulla figura di Giuseppe Garibaldi, nel quale Elsa dovrà personificare la compagna dell'eroe dei due mondi, Anita Garibaldi. L'ostilità del primo attore, nemico di vecchia data di Giacinto Puglielli, non sarà di aiuto alla giovane, che anziché uscire dalla propria bolla protettiva vi si rannicchierà all'interno, decisa a mettere per sempre una barriera tra sé e il mondo esterno. Cacciata dallo spettacolo e lasciata sola con la propria fervida immaginazione, Elsa si immedesima sempre più nel ruolo di Anita Garibaldi, fino a non distinguere più la sottile linea che nella sua mente separa la realtà dall'immaginazione. Come nel capolavoro di Hitchcock “La donna che visse due volte”, Elsa si ritrova a tratti posseduta dallo spirito della propria eroina, fino a lanciarsi in appassionati monologhi di incitamento alla resistenza delle truppe garibaldine e a vagare per Roma come Anita vagava per le foreste italiche in fuga dalle truppe papali.

IN CURA - Ma nelle famiglie per bene non è ammesso uscire dalle righe. Di fronte all'incomprensione di chi vorrebbe reprimere l'originalità del pensiero, il corpo di Elsa reagisce con convulsioni e attacchi di isteria. La giovane viene dunque ricoverata in un istituto svizzero specializzato nella cura delle malattie mentali, dove, con l'aiuto del brillante dottor Vitali e del giovane dottor D'Ambrosio, intraprenderà un cammino di ricerca che la porterà per la prima volta ad indagare all'interno di se stessa alla scoperta delle cause del proprio disagio psichico. Una volta aperta la porta dell'abisso che ogni anima rappresenta, verranno alla luce segreti famigliari e vicende ormai sepolte dal tempo nelle quali Elsa rintraccia le cause della propria apparente follia, arrivando ad una consapevolezza necessaria per fare pace con se stessa e con il proprio passato e a capire che “lasciar fluire pensieri, sogni, fantasticherie senza troppo spaventarsene può far capire che abbiamo in noi la potenzialità di moltissimi esseri viventi, e che nulla di umano ci è estraneo”.

ABBATTERE LE BARRIERE - Accanto al tema della follia, magistralmente esplorato in tutte le sue sfumature attraverso i profondi pensieri dei personaggi, il romanzo offre molti spunti di riflessione che si incrociano nei diversi livelli di lettura. Con la propria follia, Elsa si ribella a chi le dice che “in scena bisogna stare a testa alta e petto in fuori, orgogliosamente: se hai l'aria di chiedere scusa, il pubblico non si accorge nemmeno che ci sei”. Tramite la ribellione di Elsa, l'autrice sembra implicitamente affermare che, sul palcoscenico come nella vita, non è sempre necessario stare al centro della scena e che talvolta, se si ha il coraggio di andare oltre la timidezza e la ritrosia del proprio interlocutore si possono scoprire mondi inesplorati. A scoprirlo sarà soprattutto il giovane dottore Giuseppe D'Ambrosio, sul quale Elsa esercita un'attrazione quasi magnetica alla quale il giovane tenterà invano di resistere, così come Elsa-Anita non riuscirà a reprimere il richiamo del proprio subconscio che la spinge tra le braccia del “suo” Giuseppe, non ha più importanza se D'Ambrosio o Garibaldi. Attraverso le pagine del romanzo, i personaggi intraprenderanno un cammino di introspezione che li porterà a lasciar cadere le barriere difensive che ognuno di essi abitualmente erige per tenersi al riparo dalle delusioni. La meschina zia Olga, che suggeriva a Elsa che “non è mai saggio abbandonarsi alla gioia, perchè poi si avrà una delusione della stessa intensità”, uscirà dalla propria grigia disillusione solamente quando permetterà ad un uomo di penetrare la propria granitica corazza protettiva; il dottor D'Ambrosio, convinto del fatto che “il distacco è necessario, è una forma di autoprotezione”, andrà fino a Vienna per tenersi al riparo da Elsa e da ciò che la giovane potenzialmente rappresenta per lui, nonostante egli sogni già ad occhi aperti di passeggiare con lei per le vie di Roma alla ricerca di punti panoramici e tramonti arancioni. Ma se è vero che il distacco ci permette di rimanere al sicuro, e che vivere senza difese fa paura perchè ci rende vulnerabili, è anche vero che, talvolta, se si prova ad andare oltre le proprie paure e i propri meccanismi di difesa, la vita dall'altra parte può essere meravigliosa. Solo chi accetta di correre il rischio di cadere potrà ritrovarsi a volare, come intuiscono Elsa, uscita dalla sua bolla immaginaria, e Giuseppe, tornato da Vienna. “Lei si guarda intorno e si domanda come si possa non provare un amore sconfinato per la vita. Lui guarda lei e si domanda come si possa fuggire da ciò che più si desidera. Sono insieme, adesso, pronti ad affrontare qualunque cosa il destino riservi loro”.

 

Le due vite di Elsa

di Rita Charbonnier

Piemme 2011

pp. 340

euro 17,50

Ultimo aggiornamento Giovedì 09 Giugno 2011 20:18

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