
Un titolo forte capace di riassumere l’indagine accurata, fatta dai giornalisti Tommaso Della Longa e Alessia Lai, sugli episodi di violenza delle Forze di Polizia italiane. Dai fatti della Diaz del G8 di Genova alle “morti famose” di Carlo Giuliani, Federico Aldovrandi, Gabriele Sandri e Stefano Cucchi fino ad episodi poco conosciuti e spesso ignorati dalla stampa e dai media nazionali. Questo libro accompagna il lettore dentro i fatti di cronaca nera legati all’uso di violenza da parte dei tutori dell’ordine pubblico. Una violenza, questa, che veste le divise di chi dovrebbe difenderci e che proprio per questo, spesso viene giustificata o comunque accompagnata da un «pregiudizio di innocenza».
“Gli atti di tortura e maltrattamenti dei pubblici ufficiali nell’esercizio delle proprie funzioni vengono puniti con pene adeguatamente severe e soggetti a prescrizione”. Queste dichiarazioni di Amnesty International, riportate nel volume, ben rappresentano quanto emerge dalle innumerevoli storie racchiuse nelle pagine di “Quando lo stato uccide”. E’ facile immaginare di trovarsi di fronte ad una mera accusa contro l’operato delle Forze dell’Ordine italiane. Polizia e carabinieri, nessuno escluso. Eppure la sorpresa è quella di rendersi conto che così non è e che anzi una prima parte del volume è dedicata ai cosiddetti “microfoni aperti”: «una serie di interviste dirette fatte proprio ai sindacati di categoria, a quelle associazioni che quotidianamente si fanno portavoce dei problemi delle forze dell’ordine». Stesse domande, senza sconti ed omissioni. Non un “dossier” a senso unico dunque, ma un libro-inchiesta diviso in due parti.
ANALISI E APPROFONDIMENTO - La prima parte unisce alle interviste fatte a polizia e carabinieri una dettagliata analisi del quadro giuridico italiano ed europeo nel quale operano le forze dell’ordine: un approfondimento, questo, utile a capire quali sono le leggi che permettono loro l’uso delle armi. Questo primo percorso si conclude poi con la trattazione sui casi dei «morti ammazzati» negli ultimi dieci anni. Sono 15, per esattezza, le vittime di cui si sa poco o niente e che grazie a questa inchiesta riprendono voce e colpiscono violentemente il lettore ignaro di molti nomi, da quello di Mario Castellano, Michele Ditrani, Gregorio Fichera, fino a Mohamed Khaira Cisse, Diego Singorelli, Domenico Palumbo e molti altri. L’analisi è decennale e abbraccia un arco di tempo che va dal 2000 al 2010, forte di una digitalizzazione degli archivi dei quotidiani e della pervasività che la Rete ha acquisito in questi dieci anni. Una ricerca che ha puntato non solo a dare un nome ed un cognome alle vittime, ma anche a ricostruire le dinamiche dei fatti e le vicende giudiziarie susseguitesi negli anni.
QUATTRO MORTI NOTE - La seconda parte è invece un’analisi dettagliata dei casi più noti, da Carlo Giuliani a Federico Aldovrandi a Gabriele Sandri e Stefano Cucchi. Quattro storie diverse, quattro capitoli diversi in cui si cerca di ricostruire quanto è accaduto, quanto è stato detto e quanto ciò che è successo ha inevitabilmente cambiato la vita delle famiglie di queste vittime. Ciascun capitolo si chiude con l’intervista ad un parente stretto. Si trovano le parole, la rabbia ed i racconti di Haidi Giuliano, mamma di Carlo, di Patrizia Moretti, mamma di Federico, per finire poi con Cristiano Sandri e Ilaria Cucchi, rispettivamente fratello e sorella di Gabriele e Stefano. Il capitolo sulla morte di Giuliani apre anche una riflessione sui fatti legati al massacro della Diaz e Bolzaneto. Episodi, questi, che secondo gli autori rappresentano uno spartiacque, un violento pugno che arriva - attraverso il web, le televisioni ed i giornali - nelle case degli italiani mostrando all’intero Paese ed al mondo quello che stava succedendo e togliendo così quel velo di silenzio che spesso cela simili vergogne. Quello che emerge dalla lettura non è di certo una condanna all’intero sistema di sicurezza, ma l’esistenza di quella che gli stessi autori definiscono «una vasta zona grigia», ossia «una terra di nessuno in cui l’uso delle armi o di strumenti e pratiche coercitive sfuma nell’eccesso, la legittima difesa nell’omicidio». «La divisa non si processa» raccontava anni fa l’attore romano Ascanio Celestini. E nelle pagine di questa inchiesta si capisce come in fondo sia vero che in Italia quando ci va di mezzo un tutore dell’ordine pubblico, tutto diventa più complicato, lento, difficile ed a volte anche estenuante. E le famiglie delle vittime sembrano ritrovarsi davanti a muri di gomma impenetrabili: Davide conto Golia. Ecco che allora il racconto - quello vero - e la testimonianza, l’inchiesta e la denuncia diventano armi di difesa preziosi ed efficaci per ridare dignità a chi è morto senza un motivo, dignità a chi indossa onestamente una divisa e per ridare a chi legge, osserva e vive questi episodi la certezza che la Giustizia, con la G maiuscola, sia veramente uguale per tutti.
GLI AUTORI - Tommaso Della Longa è un giornalista professionista si occupa di esteri e zone di crisi. E’ stato direttore dell’agenzia di stampa «Inedita», ha realizzato diversi reportage per Rai News 24 e collabora con «Rinascita», «Il Riformista», «Il Sole 24ore», «Secolo d’Italia», «Liberal», «Area», Radio24 e Radio Vaticana. Nella sua vita professionale e privata ha sempre seguito le questioni legate alla violenza delle Forze dell’Ordine e alle leggi speciali che hanno interessato il mondo ultras». Alessia Lai, giornalista professionista, è caposervizio esteri della redazione del quotidiano «Rinascita» e collabora con la rivista «La Voce del Ribelle» occupandosi di America Latina. Scrive di politica interna e attualità con particolare interesse per le questioni legate all’ordine pubblico, al rispetto dei diritti umani, alla libertà d’espressione e alle leggi speciali contro la violenza negli stadi.
Quando lo Stato uccide
di Tommaso Della Longa e Alessia Lai
Castelvecchi-Tazebao, 2011-05-01
pp 246
Euro 16,00
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