Le
tteratura, filosofia, storia collettiva e segreto autobiografico viaggiano su sentieri intrecciati nel primo romanzo di Walker Percy, edito nel 1961 e riproposto per la seconda volta nelle librerie nostrane da Marcos y Marcos, lo scorso aprile, a distanza di venti anni dalla traduzione italiana e dalla scomparsa dell’autore. Vincitore al suo primo apparire del National Book Award, L’uomo che andava al cinema raccoglie i frammenti di un pellegrinaggio imperfetto, nella rete allegorica di una modernità sofferta e sofferente, alla ricerca del sé e del senso attraverso i concetti polimorfi e indefiniti di spazio e di tempo.
LA RICERCA - L’uomo che andava al cinema è Binx Bolling, “cittadino modello”, ricco agente di cambio abbonato a riviste di consumo e residente a Gentilly, quartiere borghese alla periferia di New Orleans. Insospettabile antesignano in candide vesti del terribile Patrick Bateman, il fruitore compulsivo di merci e di corpi che sconvolgerà, di lì a un trentennio, l’America e il mondo dalla cruda penna di Bret Easton Ellis, Binx Bolling sembra condurre un’esistenza velleitaria e mondana, tra prodotti di prima qualità, televisori e deodoranti eterni, automobili di lusso e belle donne, sedotte e abbandonate sul punto di svolta di relazioni immature. Ma Binx, uomo qualunque tra gente comune nell’orizzonte traslato di un Nord America fitto di paludi e di savana, ha una verità recondita da confessare e professare: reduce della guerra di Corea, ferito alla spalla e rimasto incosciente sotto un cespuglio in fondo a un fossato, il ventenne era stato pervaso al suo risveglio da un afflato di speranza e meraviglia che gli aveva regalato nuovi occhi per guardare al mondo. Per guardarlo, ma innanzitutto per vederlo. Così, nel segno e nel ricordo figurato di uno scarabeo stercoraro intento a scavare sotto le foglie del terreno orientale, Binx Bolling aveva concepito il suo intimo progetto di Ricerca, perseguito in solitudine nell’ingranaggio di una società commerciale e festaiola, immobile nella sua frenetica involuzione, tra propositi di felicità e cicatrici umane a fior di pelle.
IL CINEMA NEL TEMPO E NELLO SPAZIO - Promessa disattesa da un romanzo intitolato al sodalizio tra l’uomo e la settima arte, il cinema riveste nel capolavoro di Walker Percy un ruolo implicito e sfumato, destituito di valenza empirica ma pregno di virtù simbolica e di rilievo affettivo. Il cinematografo non è che l’accogliente scatola buia in cui percepire l’esaltazione della Ricerca e in cui “la felicità costa così poco”; l’enorme superficie su cui imprimere il ricordo, l’unico, dei momenti memorabili della vita rispetto al grigiore conclamato del mondo reale e dei visi umani. Ma il cinema è anche il laboratorio sperimentale in cui misurare lo schema eterno e ciclico della vita e della storia, il mistero di quella che Binx chiama “ripetizione”: la possibilità di isolare e assaporare segmenti di tempo e di spazio incapsulati nel cuore di una pellicola o nelle pareti di una sala cinematografica, impassibili al corso degli eventi esterni come gocce di esistenza liofilizzata. È la ricerca dello spirito del luogo a spingere Binx nello stesso cinema visitato quattordici anni prima, durante la stessa stagione, e a sedersi forse sullo stesso vecchio sedile per assistere a un film di genere noto: da allora, tempo e spazio sembrano essersi fermati, presente e passato racchiusi in un’unica morsa neutralizzata e plurivalente; nulla porta il sapore dei fatti intercorsi, dei “trenta milioni di morti, le innumerevoli torture, gli sradicamenti e i vagabondaggi”, ma, all’esterno del cinema, persiste l’antico odore di ligustro nel vento caldo di una notte estiva.
BINARI PARALLELI - Adepto della Ricerca e della ripetizione, esperimenti di vita e di senso tra le piaghe del desiderio e quelle della disperazione, Binx Bolling sembra assumere i tratti universali di un nuovo Ulysses joyciano, timido e inefficiente nel suo edonismo finanziario e protagonista di un viaggio esistenziale e narrativo di scoperta, consumatosi nel breve arco temporale di una settimana - quella che precede il suo trentesimo compleanno. Tra le vie di un umanesimo scientifico in cui “il cento per cento della gente è umanista e il novantotto per cento crede in Dio” ma “ognuno diventa uno qualsiasi”, il Leopold Bloom degli anni Sessanta interseca e abbraccia la vita del proprio stesso autore, condannato a un’esistenza infelice e dedito a riversare sulle pagine che leggiamo i drammi della solitudine e della fede che realmente lo coinvolsero. Se il suo autore, orfano, fu adottato da uno zio, Binx Bolling gode delle premure di una zia paterna, generosa, coraggiosa e progressista; se Walker Percy sostituì il mestiere di medico con quello di scrittore, Binx Bolling seguirà il consiglio di sua zia e si iscriverà alla facoltà di medicina. Ma il lieto fine del suo viaggio e della sua storia è a tinte rosa: sarà l’amore per Kate, salvata dal baratro della depressione e del suicidio, a mostrare al protagonista un disagio in cui specchiarsi e redimersi. Il matrimonio, quasi come in un contesto fiabesco, ritrova il valore salvifico cui è impossibile sottrarsi, mentre Eros e Thanatos tornano a riconoscersi facce di una stessa perpetua medaglia.
L'uomo che andava al cinema
di Walker Percy
Marcos y Marcos 2010
pp. 348
€ 11,00
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