Consumi negativi, imprese che chiudono, lavoratori in cassa integrazione: la crisi è tutt’altro che superata, e mette in scena un copione ormai noto. Un mondo sottosopra, insomma: piaccia o meno, questa è la realtà ultima del 2011. Uno scenario peggiorato di mese in mese con l’avvitarsi della crisi europea dei deficit pubblici, che (ovviamente) sta tutta nei numeri della finanza. Le Borse, i titoli di stato, le materie prime: tutti gli asset, fortemente correlati fra loro, popolano il calderone di un anno che il mondo economico-finanziario ha vissuto pericolosamente. E non solo lui.
NON SOLO TEMPI DI CRISI - Senza alcuna retorica, si può dire che stiamo vivendo una situazione che non potrà essere facilmente ignorata dai libri di storia. Come ha affermato l’economista Joseph Stiglitz, in tempi forse meno sospetti (È come la caduta del muro di Berlino, intervista a “La Stampa” del 10 gennaio 2009), «per il liberismo fondamentalista – quella miriade di idee basate sul concetto integralista che i mercati si autocorreggono, allocano efficientemente le risorse e servono bene l’interesse pubblico (cit. Così è fallito l’integralismo neo-liberista, in “La Repubblica”, 14 luglio 2008) – la caduta di Wall Street equivale a ciò che è stata la caduta del “muro di Berlino” per il comunismo: dice al mondo che questo tipo di organizzazione economica si è rivelata non sostenibile».
Come ci ha raccontato il giornalista e scrittore italiano Aldo Cazzullo nell’editoriale del “Corriere della Sera” pubblicato in data 24 dicembre, quello appena trascorso è stato «il Natale più difficile, forse più amaro degli ultimi anni. Per chi ha perso l’azienda o il lavoro. Per chi deve rinunciare ad abitudini consolidate o ad aspettative legittime. Per rendersene conto basta camminare nelle strade di qualsiasi città italiana, seguire le traversie di chi non riesce a trovare regali a misura delle proprie tasche» (Più fiducia in noi stessi).
In questi tempi di crisi molti operatori sono costretti a cercare soluzioni sempre più complicate in mercati ancora troppo dominati da volatilità e incertezza. Lo stesso Paul Krugman, l’economista Premio Nobel (2008), ci aveva messo in guardia sui problemi del lavoro con cui le nostre società dovranno fare ancora a lungo i conti negli anni a venire: «Non è scritto da nessuna parte che il progresso economico porti necessariamente alla democrazia. E dunque il futuro non sta tanto nel Pil pro capite del mondo, quanto nel tipo di persone che vivono in questo mondo. […] Storicamente, le crisi finanziarie non sono seguite solo da severe recessioni, ma anche da anemiche riprese. Ci vorranno anni prima che la disoccupazione torni a livelli che possiamo ritenere “normali” (o, meglio, accettabili; n.d.r.)» (passaggio tratto dall’intervento di apertura al Festival dell’Economia di Trento del 2008, tenuto presso la Sala Depero del Palazzo della Provincia, nella sera di giovedì 29 maggio). A conferma di questo, poi, non passa mese in cui su qualsiasi giornale non si legga, almeno una volta, l’annuncio di un’impresa che anche oggi decide di ristrutturarsi, delocalizzare o persino chiudere: con effetti spesso devastanti per chi in quell’azienda ci lavora o per chi un impiego ancora lo sta cercando. La crisi è sempre più dura, l’attività economica langue, e si moltiplicano le aziende che faticano ad andare avanti.
Nel 1992, la Regina Elisabetta, nel suo discorso della Corona, descrisse i dodici mesi appena trascorsi come un “annus horribilis”: i matrimoni di Charles e Andrew erano finiti male e un incendio aveva danneggiato il castello di Windsor. Dal punto di vista della Regina, quell’anno non fu in effetti piacevole. Se è però possibile “sprecare” quell’aggettivo latino per problemi familiari e residenziali, come definire allora un anno – il 2011 – che ha visto il dispiegarsi tumultuoso e sanguinoso della "primavera araba", il terribile disastro sismico-nucleare in Giappone, l’uccisione di Osama Bin Laden prima e di Gheddafi poi, la strage di Oslo, e così via; per non parlare di altri eventi seminali, come lo strappo tra Fiat e Confindustria ed i cambiamenti di Governi in Europa imposti da una crisi che ha assunto talvolta il volto di una guerra fra mercati e politica: se il 2011 passerà alla storia, come merita di passare, sarà proprio per questi sconvolgimenti che hanno trafitto di ansie i nostri giorni. Come ai tempi dell’Impero romano e del Rinascimento, l’Italia, specie sul finire dell’anno, era al centro del mondo; per le ragioni “sbagliate”, ad ogni buon conto: una crisi finanziaria nel nostro Paese avrebbe presto portato al disfacimento dell’euro, e lo tsunami economico che ne sarebbe conseguito avrebbe toccato il mondo intero, precipitandolo in una seconda e forse più amara recessione.
Eppure, ci sembra di poter dire (con Aldo Cazzullo) che c’è «un tesoro nascosto nel fondo della crisi italiana», quasi fosse «un regalo che tutti quanti noi possiamo farci»: è la fiducia in noi stessi, nell’immenso potenziale di cultura, lavoro e sviluppo del nostro Paese; che, com’è sempre accaduto, nei momenti complicati (se non drammatici) riesce a dare il meglio di sé. Questo dono, difficile da trovare nelle vetrine dei negozi e impossibile da impacchettare sotto l’albero, è fatto di creatività e gusto per il bello, che tutto il mondo ci guarda con ammirazione: «Ricordiamoci chi siamo, e quanto possiamo fare; in tempo di crisi, non c’è regalo migliore; ed è alla portata di tutti».
I TEMI DELL’ANNO RACCONTATI PER IMMAGINI - Il 2011 si porta con sé i fotogrammi degli occhi smarriti di Mu’ammar Gheddafi, dal volto insanguinato, strattonato a forza fuori dalla storia libica, verso il suo tragico epilogo; lo stesso anno archivia anche le foto del fortino pakistano in cui una pattuglia dei Navy Seals ha scovato Osama Bin Laden, ponendo fine – a dieci anni esatti dal crollo delle Torri Gemelle – all’estenuante caccia al nemico “numero uno” degli Stati Uniti; lascia nella memoria il volto di uno dei francesi più stimati del mondo, l’ex direttore del FMI Dominique Strauss-Kahn, sguardo spento e barba incolta, in manette in un’aula di tribunale di New York per un’accusa di aggressione sessuale (che si sgonfierà presto). Come personaggio dell’anno, tuttavia, il Time Magazine ha scelto l’immagine “virtuale” di un anonimo manifestante dal volto semicoperto, “the Protester” (il contestatore): rimane lui il simbolo di centinaia e centinaia di migliaia di persone scese in piazza nel mondo negli ultimi dodici mesi, da Piazza Tahir al Cairo a Zuccotti Park a Manhattan (e prima ancora in piazza Syntagma ad Atene), dalla madrilena Puerta del Sol alla moscovita Bolotnaja; ondate di giovani, mobilitate anche via Facebook e Twitter, che hanno travolto a sorpresa Ben Ali in Tunisia e Hosni Mubarak in Egitto, in una primavera araba dall’entusiasmante esordio, sebbene ancora incerto appaia un possibile approdo. Con loro riposano tra i nostri ricordi (più o meno sbiaditi) i racconti per immagini delle innumerevoli proteste moltiplicatesi praticamente ovunque contro politici e banchieri, contro gli intrecci di interessi e la corruzione: si parte dal “misero” drappello iper-mediatizzato di Occupy Wall Street, che ha bivaccato giorno e notte in un giardinetto di New York contro la finanza spregiudicata e in nome di una maggiore equità sociale; per arrivare ai tanti “indignados” spagnoli e dimostranti greci, mobilitati contro piani di severa austerità, ed ai dissidenti russi, disposti a farsi arrestare pur di contestare elezioni di dubbia regolarità; senza dimenticare quel manifestante mascherato immortalato davanti alla sede della Bce a Francoforte, ben presto assurto a simbolo di un malessere tanto diffuso quanto inarrestabile.
Eppure tanta abbondanza di immagini e filmati, strettamente imparentati in tempi non lontani, sembra farsi – ai nostri occhi attenti – rivelatrice di curiose proporzioni e interessanti geometrie: come non notare, del resto, un certo legame e rimando alla documentazione formato-video dell’attesa in piazza della fine del governo di Silvio Berlusconi, pochi quartieri più in là dal nostro vicinato (ovunque esso si trovi). Era il 12 novembre: Berlusconi si dimetteva ed entrava in scena il Governo dei tecnici. Dal punto di vista politico, quel che è avvenuto nel giro di pochi giorni lo scorso novembre era praticamente inimmaginabile fino a qualche settimana prima. Il Governo tecnico di Mario Monti può oggi contare su un largo sostegno parlamentare, seppur imposto dallo stato di necessità, da parte delle tre maggiori formazioni politiche (Pdl, Pd e Terzo Polo); non sarà comunque una navigazione facile, come mostrano le prime crepe apertesi nel corso dell’esame e del voto alla Camera della manovra. Si è parlato a lungo di una vittoria della tecnocrazia sulla politica; in realtà, sarebbe (forse) meglio definirla una momentanea auto-sospensione di una politica spesso “rissosa” e “inconcludente”: una tregua che potrà (certamente) giovare a tutti.
IL TEMPO CHE VERRÀ - È un momento certamente arduo per pensare al futuro, e per parlarne. Questo oggi vale (più che mai prima d’ora) ben oltre la “comprensibile” difficoltà di definire il tempo e dimostrare l’esistenza di un possibile futuro. Il grande teologo e filosofo Agostino (354-430), com’è noto ai più, raccolse le propri riflessioni nelle sue Confessioni: dopo aver richiamato tutto ciò che era in grado di dire sul tempo – sostenendo che ci vuole tempo per dirlo – senza sapere che cosa esso fosse, fu costretto ad ammettere di trovarsi nella spiacevole condizione di chi non sa neppure ciò che non sa. Un paradosso (almeno credo) che non ha confuso il solo Agostino, però: la domanda su cosa sia il tempo e i problemi ad esso connessi rappresentano senza ombra di dubbio alcune delle questioni più affascinanti e intrattabili che l’uomo si sia mai posto.
Ebbene – per quanto complesso sia elaborare previsioni prive di un qualsiasi “ragionevole dubbio” – da ogni parte ci dicono che sarà un anno contrassegnato dalla recessione, quello che è appena iniziato. «La domanda – ha detto nei giorni scorsi Alessandra Lanza, presidente del Gruppo Economisti d’Impresa (GEI) – non è se siamo o meno in recessione, ma se possa essere così profonda come quella del 2009»; insomma, «non una questione di segno, ma di quantum». Innescata questa volta dalla crisi del debito sovrano, il crollo dei mercati finanziari si è ampiamente trasferito all’economia reale – come era prevedibile. La cinghia di trasmissione è ancora una volta il credit crunch, ovvero la mancanza di liquidità che impedisce alle imprese di accedere al credito bancario.
Sarà dura soprattutto la prima parte dell’anno – almeno fino alla tarda primavera – in cui si sconteranno, in particolare, gli effetti recessivi delle recenti manovre. Ma c’è da chiedersi come si sarebbe evoluta la situazione senza un simile intervento, il quale – almeno per ora – sembra contenere il differenziale di rendimento dei BTp rispetto ai Bund entro limiti se non proprio sostenibili, quanto meno non soffocanti. Nella seconda parte del 2012 è previsto, poi, un parziale recupero, anche se questo potrebbe non bastare a chiudere l’anno con segno positivo (davanti alla voce del Pil). L’ultima stima – la più pesante – è quella del Centro studi Confindustria, che prevede un calo dell’1,6% per l’anno che stiamo iniziando.
Molto dipenderà da come i Governi europei e le Istituzioni comunitarie riusciranno a “blindare” la moneta unica e, soprattutto, la governance economica dell’Eurozona; ma anche dalla capacità di attivare, insieme al rigore sui conti pubblici nazionali, opportuni meccanismi di sviluppo dell’economia, in grado di generare crescita e occupazione. Una volta individuati simili strumenti – cosa già non semplice di per sé – si richiederanno poi abilità adeguate ad una loro necessaria realizzazione che, in ogni caso, non produrrà i propri effetti concreti nell’immediato: in economia, d’altronde, non esistono bacchette magiche.
Un consiglio? Non credo di essere la persona più adatta a dispensarne. Se fossi però costretto ad indicare un possibile riferimento per il tempo che verrà, raccomanderei senz’altro l’etica: intendo dire il bisogno di riscoprire e conservare uno o più valori capaci di mettere l’individuo nelle condizioni di saper gestire adeguatamente la propria libertà nel rispetto degli altri; come se il nostro cammino non fosse altro che un itinerario alla scoperta di ciò che siamo e di ciò che ci rende autenticamente noi stessi, quasi una sorta di laboratorio di educazione alla vita ed alla fatica del mestiere stesso di vivere; etica e valori come una necessità di vita, appunto, pubblica o privata che sia. A camminare del resto si impara, fin da piccoli (almeno spero).
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