Il talento al cinema: i dieci migliori finali a sorpresa, secondo me (pt.2)

Sabato 24 Dicembre 2011 17:24 Patrizio Longoni Arts & Publishing - Cultura
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Seconda parte: posizioni dalla 5 alla 1. Nella nostra classifica (già condivisa on-line sul blog “Le dieci”) le prime due posizioni se le prende lo stesso regista: sarà un caso, non saprei, di sicuro da lui ripartiremo con il nuovo anno. Un augurio speciale dal vostro inviato, su lavoro e cinema, Pat Longoni: buon Natale, felice anno nuovo e buona fortuna; buona lettura, buona visione e buona creatività!

 

5.  IL SESTO SENSO (The Sixth Sense) - USA 1999, di Manoj Night Shyamalan
(vedi trailer)

Toni cupi e risvolti inquietanti per un thriller coinvolgente. Un ispirato Bruce Willis interpreta un famoso psichiatra infantile (Malcolm Crowe) che, in un momento difficile della propria vita, fa amicizia con un bambino (Cole Sear) che sembra avere dei problemi. Presosi a cuore il caso del suo piccolo amico, l’uomo riesce ad entrarvi in confidenza e a scoprire che è disturbato da visioni: il piccolo asserisce infatti di poter vedere i morti, e di essere visto da loro.
In un crescendo di rivelazioni dove anche le certezze più salde potranno venire meno, il regista regala allo spettatore brividi d’autore senza bisogno di ricorrere ad esagerazioni sceniche, giocando con maestria sul filo della suggestione. Si ricompongono così di colpo i tasselli, distribuiti gradualmente, di un sorprendente mosaico. Nonostante rimangano – a visione conclusa – alcuni (passabili) punti interrogativi, il film stupisce per originalità e non fatica a conquistare lo spettatore. L’opera di Shyamalan convince, e merita sicuramente la visione. Colpo di scena sul finale – inutile dirlo.
Da prendere o lasciare, questa curiosa storia di fantasmi. Se la si prende, superando ogni connaturato pregiudizio sulla provvisoria permanenza (o immanenza) dei morti nel mondo dei vivi, si possono apprezzare le penetranti qualità del film, che pur “soffre di un certo sovraccarico simbolico e di qualche sbavatura nella coerenza dell’impianto” (M. Gervasini): la recitazione sopra le righe di Bruce Willis e del piccolo Haley Joel Osment, la tensione crescente verso un’atmosfera onirica e la fotografia antinaturalistica di Tak Fujimoto. Più di 600 milioni di dollari d’incasso sul mercato internazionale: mica male.


4.  MEMENTO - USA 2000, di Christopher Nolan
(vedi trailer)

L’investigatore assicurativo Leonard Shelby, tentando di salvare la moglie da due malviventi, rimane gravemente ferito alla testa: da quel momento in poi, ogni evento che capita sarà automaticamente dimenticato dopo pochissimo tempo. Impossibilitato ad accumulare nuovi ricordi, l’unico scopo nella sua vita diviene quello di trovare e punire l’uomo che ha violentato e ucciso sua moglie, l’ultimo resto che “non riesce a ricordare di dimenticare”. Determinato e ben consapevole del suo problema, per riuscirci organizza un ingegnoso e complesso sistema di segnali: foto polaroid, appunti istantanei, tabelle geografiche e tatuaggi sul corpo lo accompagnano nella sua labirintica realtà.
Immagine e parola convivono e sembrano ingannarsi reciprocamente. Virtuoso della sceneggiatura (tratta da un romanzo del fratello Jonathan) e della regia, il giovane inglese Nolan dipana la sua detective-story a colpi di vertiginosi salti temporali: decostruendo e ricostruendo continuamente la linearità della fabula, reinventa un inquietante mosaico di ambiguità e incertezze, con una sintassi intricata e scandita dalla martellante punteggiatura delle dissolvenze, capace di catapultare lo spettatore in un complesso rompicapo, davvero difficile da districare. Le scene che si susseguono sono alternativamente l’ultima in ordine cronologico, poi la prima, segue la penultima, poi la seconda, e così via: inevitabile sottolineare quanto la scena finale del film – quella cronologicamente centrale, appunto – meriti la visione dell’intera pellicola, punto di scioglimento dell’intreccio complessivo.
Al di là della trama, il film rimane profondamente ancorato alla necessità umana di legare la vita ad una successione temporale di eventi: nel momento in cui ciò non risulta possibile, essa stessa diventa qualcosa di ingestibile. Il protagonista non sa neppure quanto tempo è passato dall’incidente, e ogni volta che si risveglia riscopre di nuovo tutto da capo, così come dopo pochi minuti non ricorda assolutamente ciò che stava facendo: la necessità di avere uno scopo, però, è così forte da spingerlo a continuare a vivere grazie “all’istinto, all’urto e al metodo”.


3.  I SOLITI SOSPETTI (The Usual Suspects) - USA 1995, di Bryan Singer
(vedi trailer)

Comincia alla grande, I soliti sospetti di Bryan Singer: quello che state per vedere è successo “ieri sera” a San Pedro in California, ci avverte una didascalia. Una collocazione temporale che spiazza fin da subito, portandoci fuori dal cinema, nella cronaca nera: come se stessimo leggendo un giornale, “scorgiamo” mentalmente l’accaduto, ricostruendolo sulla base delle informazioni (più o meno complete) scritte da altri. E che cosa è successo ieri sera? Un uomo, di cui non conosciamo il volto, ne fa fuori un altro, su una nave che diviene presto preda delle fiamme appiccate dallo stesso killer.
Riuniti in un commissariato per un’identificazione, cinque malfattori si mettono d’accordo per un colpo grosso. Riuscita l’impresa, vanno avanti nei loro intenti malavitosi, accorgendosi ben presto però di essere manipolati a distanza da Kayser Söze, un misterioso e potente genio del crimine. Con una serie di impressionanti inganni a ripetizione – voce narrante fuori campo, flashback e persino immagini menzognere – si arriva all’epilogo: scioglimento dell’enigma con doppio colpo di scena.
Il regista Bryan Singer dipinge abilmente un’intricata vicenda caratterizzata da criminali, poliziotti, furti, esplosioni, assassini ed un finale mozzafiato che lascia tutti a bocca aperta. Il tocco del regista è in perfetta simbiosi con la storia: sono presenti scene d’azione, ma manca la pomposità tipica di Hollywood, con atti drammaticamente inverosimili, pieni di effetti speciali e scene alquanto spettacolari. Singer sa come trattare la materia, e proprio per questo consegna allo spettatore il grande enigma dell’intera trama, svelato attraverso semplici ed efficaci stratagemmi, quali l’inganno, la suspense, gli intrecci, ed un gruppo di attori ancora “semi-sconosciuti” ma già pronti per il successo internazionale.
Un film difficilissimo da sintetizzare, per trama e contenuti: ci limiteremo a definirlo un buon thriller di azione violenta, talvolta in bilico tra parodia e fantastico; armonica la recitazione di squadra, con Oscar come miglior attore non protagonista a Kevin Spacey, sopra tutti. Un prodotto low-cost, dalla riuscita decisamente spettacolare, che vale due volte il prezzo del biglietto: per i due colpi di scena sul finale e per i due Oscar più che meritati – a Spacey (come detto) e a Christopher McQuarrie per la miglior sceneggiatura originale.


2.  SEVEN (Se7en) - USA 1995, di David Fincher
(vedi trailer)

William Somerset (Morgan Freeman), vecchio poliziotto (nero) disilluso e a pochi giorni dalla pensione, e David Mills (Brad Pitt), giovane collega (bianco) nervoso e irruente, formano una coppia di sbirri incaricata di seguire il caso di un misterioso serial killer (Kevin Spacey) che uccide seguendo lo schema dei sette peccati capitali. Sette i peccati capitali, sette gli omicidi che lo psicopatico pianifica, corredati da torture efferate: comincia con la gola e l’avarizia, continua poi con l’accidia; l’ultimo è la lussuria, ma l’intervento dei due investigatori renderà obbligatorio un sensazionale cambio di programma. Maestoso il colpo di scena ospitato nel tragico epilogo.
Tra i tanti meriti della sceneggiatura di Andrew Kevin Walker, c’è anche quello di aver modificato gli stereotipi della coppia bianco-nero, approfondendo i personaggi a livello psicologico e legandoli ai temi principali del film: la presenza del Male nel mondo e l’indifferenza di fronte alla caduta dei valori. Il film ci regala un taglio espressionista (fotografia di Darius Khondji e musica di Howard Shore), ambientato in una città senza nome, ricco di citazioni letterarie – che ne rappresentano la minacciosa struttura, a mio parere – e senza una scena di violenza, di cui ci vengono mostrate le sole conseguenze.
Una pellicola “d’altri tempi”, fin troppo lunga, presuntuosa e a tratti banale (l’omicida appartiene alla categoria dei “pazzi tranquilli ed educati”), non è però una visione senza qualità: il clima torbido e malsano che riesce a creare e il pessimismo cosmico che caratterizza il destino dei personaggi sono elementi di una sincera ed efficace ricerca espressiva. Brava Gwyneth Paltrow nel breve ruolo della moglie del giovane detective. Va dato atto che a molti il film è piaciuto parecchio ed è stato anche un grosso successo commerciale: un budget di 30 milioni di dollari ne ha generati oltre 316 di incasso mondiale lordo. «Avete mai visto una cosa del genere?»: lasciate che colui che è senza peccato tenti di sopravvivere.


1.  FIGHT CLUB - USA/Germania 1999, di David Fincher
(vedi trailer)

Succube dell’individualismo competitivo che l’ha reso un nevrotico infelice, Edward Norton, nei panni di un innominato impiegato aziendale (consulente di una grande assicurazione), incontra Tyler Durden (Brad Pitt), suo coetaneo, che insieme a lui fa nascere il primo Fight Club, un circolo segreto i cui appartenenti lottano nel segno della correttezza tra “fratelli”: un mezzo per abbattere il sistema usandone l’ideologia e portandola alle sue estreme conseguenze in negativo. I due protagonisti entrano pian piano in simbiosi e radunano nuovi e numerosi adepti: lo sviluppo dei Fight Clubs comincia così a divenire autonomo, con ramificazioni in molte città degli Stati Uniti che seguono un visionario progetto politico-anarchico di avversione al sistema. Sarà allora, però, che la follia di “Tyler” sembrerà inarrestabile. Sorpresa finale, anticipata da una serie di indizi e segnali disseminati qua e là lungo tutto il racconto, il quale non è altro che un lungo flashback.
Sotto la scorza di un action-movie dal ritmo serrato, si cela una commedia cerebrale, un film di idee, che è stato definito dalla critica anche un “meta-film”, una metafora del cinema: il protagonista non vuole migliorare sé stesso né la realtà che l’ha deluso, ma adattarla ai suoi desideri. Dal romanzo (1996) di Chuck Palahniuk, sceneggiato da Jim Huhls, la quarta pellicola del californiano Fincher conferma la sua perizia narrativa e la sua sapiente padronanza del mezzo, ma anche l’inclinazione ad un nichilismo programmatico e ad una perversa manipolazione dello spettatore. Dati i tempi, è divenuto, specialmente tra il pubblico più giovane, un autentico film di culto: da celebrare con la visione.
Un capolavoro assoluto, non tanto per la tecnica (comunque eccellente), quanto per la forma eccezionale e per la trama perfetta, precisa come un orologio. Ma è sul piano del contenuto che il film entra di diritto nel pantheon dei capolavori del cinema (e dell’arte in genere). Chi lo critica sotto questo punto di vista lo fa solo perché lo teme, così come teme i concetti semplici, esatti, lapalissiani che trapelano dal film stesso: dall’incontro-scontro sanguinario con se stessi, alla caduta del capitalismo per mano dell’anarchismo assoluto. A suon di calci, pugni e morsi, come animali, perché animali siamo, lo siamo sempre stati e sempre lo saremo: del resto, la disuguaglianza e l’ingiustizia che dominano il mondo vengono proprio dall’eccentrico e arrogante rifiuto di accettare la nostra natura, noi stessi, così come siamo. A metafora di ciò, Fincher ci propone il conflitto schizofrenico del protagonista: non sostiene la sua ragione, semplicemente affossa la nostra. Un film pedagogico, in fondo.
Ben diretto e ben interpretato. Il colpo di scena: chi è Tyler?

Leggi la prima parte


Per approfondire, riprendi anche

- «Ogni porta ha la sua chiave, guida ai “nuovi mestieri”»

- «Persone, relazioni, valore: (im)possibili ricette per uscire dalla crisi»

Ultimo aggiornamento Sabato 24 Dicembre 2011 20:41

Commenti  

 
+1 # vittorio 2011-12-25 12:52
ho una notizia sbalorditiva da darvi: il cinema esiste anche fuori dagli stati uniti! e spesso è molto migliore. tre film non americani con un finale memorabile: 1. i 400 colpi, di truffaut 2. hana-bi, di kitano 3. il sorpasso, di risi. grazie
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0 # Luigi 2011-12-25 16:31
Questione di punti di (s)vista, ovvio: il titolo parla chiaro, però! Si tratta di fare delle scelte, come sempre, come nella vita, anche!
Io vi consiglio il finale de "Le Iene" di Quentin Tarantino, ma è evidente che aggiungerne uno vuol dire inevitabilmente toglerne un altro!
Buon Natale, di cuore, da chi vi segue ... grazie per il Vostro Prezioso lavoro di analisi e approfondimento della realtà che ci circonda!!
Perchè senza conoscenza non si può fare esperienza!
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+1 # vittorio 2011-12-25 17:45
eh, sì, ma è un peccato che il punto di vista sia sempre hollywoodiano. che ne dite, per esempio, di no man's land di tanovic?
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