
Le persone chiedono, in fondo, di essere felici. A questa domanda e ad altre ancora può rispondere un “mito”, che conserva, infatti – anche dopo tempo immemorabile – la capacità di fornire indicazioni utili a ricostruire la storia dei popoli, che è poi storia nostra, storia di uomini e donne che vivono della loro quotidianità.
Proviamo, con questo spirito, a raccogliere – per concludere – alcune suggestioni che Steve ci ha lasciato, sapendo che, insieme ad ognuna di loro, dovremo “scavare” dentro noi stessi e dentro le nostre convenzioni affinché sia possibile giungere a sentire quell’esperienza globale che ci appartiene – dell’essere vivi, quindi felici. È un processo che ogni persona può fare solamente se – sia chiaro – accetta di separarsi dai “pre-giudizi” interni (le immagini di sé) e da quelli esterni (le relazioni) che ci rendono propriamente figli del tempo e degli spazi che abitiamo: “sospendere il giudizio” vuol dire, in fondo, rivedere la storia che abbiamo creato intorno alle persone e agli eventi che “ci capitano”, al fine di ricomprenderne i significati che, fino a ieri, ci sembravano concatenati secondo una qualche logica; equivale, dunque, a svelare l’inganno delle rappresentazioni elevate a valore di principi universali, intoccabili e dati per eterni e “veri” – spogliare, in pratica, i miti che ci hanno orientato (sostituendosi alla nostra coscienza e alla nostra consapevolezza), per restituire la giusta dignità al nostro essere essenzialmente “creativi” e (proprio per questo, forse) “chiamati alla felicità”.
LA CREATIVITÀ ECONOMICA, ALLA RICERCA DELLA FELICITÀ - Il comportamento creativo può essere descritto, sostanzialmente, come una condotta economica: si può dire, infatti, che alla base della creatività vi sia il fondamentale principio del “comprare a poco e vendere a molto”. Per questo motivo, la letteratura si è spesso occupata della creatività facendo riferimento alla figura dell’investitore, perché l’uomo può essenzialmente essere descritto come un “divenire” in movimento all’interno di una sorta di “mercato” delle idee: in effetti, l’uomo non può essere rappresentato come un pensatore isolato dal mondo, le cui idee nascono in un vuoto assoluto; al contrario, l’uomo è fatto per la relazione, ed è inserito in una fitta rete di conoscenze (alcune implicite, altre esplicite), di procedure e di rapporti, che è chiamato (in qualche modo) non solo a valutare, ma anche a valorizzare adeguatamente, sfruttandone le opportunità, evidenti o nascoste che siano.
In questo senso, l’uomo si trova veramente di fronte ad una ricca esposizione di idee, all’interno della quale può navigare in modo conservativo o rischioso, routinario o creativo: investire in creatività significa porsi nella condizione di non dare per scontato che ciò che si fa sia necessariamente giusto, o che la soluzione che di solito si adotta sia la migliore; significa quindi esporsi ad un rischio, ma anche aprirsi nuove possibilità – esattamente come potrebbe fare un manager (leader?!) che, anziché seguire le solite (apparentemente sicure) strade, decide di investire in una nuova idea (in un nuovo settore, ad esempio, oppure sviluppando competenze presenti nell’organizzazione solo in forma embrionale).
La creatività consiste in un processo simile, ma che si muove all’interno del sistema cognitivo. Si accende la possibilità di una nuova idea (attraverso un’intuizione, o un insight) e s’investe per svilupparla al fine di farla emergere in una forma strutturata e apprezzabile (ovvero comprensibile) anche al di fuori del soggetto: se il processo funziona, avremo investito (tempo, risorse cognitive ed emotive, e simili) in un barlume di idea, che in sostanza non è costato nulla o quasi; avremo dato forma a qualcosa di autenticamente spendibile sul mercato delle idee, sia esso relativo alla nostra professione o alla vita di tutti i giorni.
Questo processo, tuttavia, richiede motivazione, dedizione, conoscenze e strategia: non basta investire a basso prezzo, bisogna anche saper scegliere l’azione giusta; è necessario, poi, lavorare affinché si crei un contesto in cui l’azione possa aumentare di valore; e così via. Per questa ragione, la creatività non è solo materia di genialità pura e semplice: di certo, la fortuna o il caso (chiamateli come preferite) giocano la loro parte, ma le caratteristiche di personalità, abilità cognitiva e capacità relazionale, oltre alle specifiche competenze (di volta in volta richieste), sono variabili altrettanto importanti, tanto da spingerci a parlare di una sorta di intelligenza creativa, in grado di sfruttare le nostre potenzialità nel migliore dei modi. Una simile intelligenza permette al soggetto di valutare opportunamente il rischio associato alle proprie scelte e di reagire agli inevitabili insuccessi che ogni investitore deve mettere in conto, con sano realismo, nel decidere la strada da percorrere per giungere alla felicità (finalmente).
La scelta creativa si configura, dunque, come azione in cui rischio e razionalità si bilanciano dentro un contesto ed un piano motivazionale ben precisi: la scelta creativa consiste originariamente nella capacità di perseguire obiettivi, spesso anche non ben definiti, attraverso operazioni di organizzazione e codifica dei dati non preordinati a priori, al fine di essere felici (forse) un giorno – e mi riferisco, qui, a quella felicità che rappresenta un prezioso dominio dell’esperienza umana, che si associa non solo all’intelligenza e all’intuizione, ma anche a motivazione, impegno cognitivo e tolleranza, aspetti oggi in grado di “fare la differenza” riportando a tema la questione del capitale umano.
THINK DIFFERENT, LA FORZA DI UNO SLOGAN - Think different: uno slogan ed una campagna pubblicitaria eretici fin dalla grammatica. Alla seconda parola, l’avverbio, manca il suffisso “ly”: una piccola omissione che passò forse inosservata all’estero, ma che in America non sfuggì a nessuno. “Pensa diversamente” suona corretto, persino convincente: ma vogliamo metterlo a confronto con quel “pensa diverso”? Era il 1997 e la réclame accompagnò il grande ritorno di Apple sulla scena tecnologica, l’inizio della sua seconda vita: alla guida dell’azienda era tornato Steve Jobs, rimasto negli anni il genio degli inizi, ma divenuto più smaliziato e (forse) più conscio dei suoi mezzi – o almeno di come sfruttarli – nel tempo lontano dalla sua creatura.
Una consapevolezza che – non sembri un’annotazione frivola – trasparve persino dall’abbigliamento. Nel 1984, presentando in prima persona il Macintosh, Jobs non era diverso da tanti televenditori: giacca doppiopetto, papillon, capelli appena un po’ lunghi ma perfettamente pettinati, niente occhiali. Una mise così non sarebbe mai passata alla storia: infatti, in pochi la ricordano. L’immagine di Steve Jobs che tutti terremo a mente è quella degli anni della maturità: jeans e dolcevita nero, capelli cortissimi, occhialini tondi; il “monaco dell’innovazione” che del suo guardaroba, per anni, non ha cambiato assolutamente nulla.
«Cercate quello che amerete fare nella vita. Con pazienza. Lo riconoscerete a prima vista. Solo amando quello che fate, farete grandi cose»: è un passaggio di quel rarissimo momento di autobiografia che Steve Jobs ha voluto condividere con tutti noi – la lezione alla Stanford University di Palo Alto, nel 2005, in occasione della cerimonia di consegna della laurea ad honorem, a lui conferita. Jobs racconta alcuni episodi fondamentali della sua vita – dall’abbandono dell’università all’espulsione dalla Apple, fino all’esperienza del tumore al pancreas – senza nascondere le proprie debolezze, al fine di evidenziare con sincerità che cosa quelle storie gli avevano insegnato. Bello, umile, sincero: anche lui, Jobs, ha cercato quello che avrebbe amato fare della sua vita; l’ha cercato con fiducia; e quello che ha trovato l’ha vissuto con tutta la passione, il dolore, l’entusiasmo, l’ingenuità e la felicità che si dedica soltanto ad una grande storia d’amore. È questa la chiave del suo successo – per quanto riduttivo possa apparire un simile termine, al cospetto di tanta grandezza. Lo si riconosce facilmente, ora che si è conclusa la sua avventura terrena, in mezzo a noi.
Non importa cosa fai, ma come lo fai e con quale dignità lo vuoi proporre: l’uomo ha bisogno di sogni, e la passione è la linea rossa che lega ogni frase ed ogni pensiero, e li orienta verso un’azione che non è fatta a caso, ma ben determinata e precostituita verso un chiaro obiettivo. La cosa che mi ha sorpreso è che il traguardo non è mai stato un oggetto, un prodotto, qualcosa di tangibile, ma “il sogno” che per Jobs aveva il volto della progettazione di un computer adatto a tutti, facile e divertente da usare.
Forse sta proprio qui, ancora oggi, la chiave di volta di Steve: vendere i propri sogni e condividerli con milioni di persone – sebbene un sogno sia fatto di tanti aspetti, di cuore e di mente, di pensiero e di azione – piuttosto che tentare ostinatamente di capire con esattezza ciò che si vuole e non si vuole. Direi che questo si chiama “muovere le idee” verso le persone, però non limitandosi a creare semplici desideri inconsci o fatalità fittizie, bensì rispondendo alle necessità reali del tempo presente. Abbiamo ancora bisogno di favole, favole per grandi, e di cantastorie che sappiano farci sognare, risvegliandoci dal torpore della a-creatività.
Questa è una bella storia, che ha molto da dire, e mentre ne parlo mi accorgo che la scrivo con un Mac, sentendomi anch’io parte del sogno e della realtà. Appuntamento al prossimo anno, allora, con un rapido approfondimento sull’importanza della “dimensione sociale e relazionale” della vita lavorativa (e non solo). Addio, Steve. Grazie di cuore!
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