
Sembra essere tornato il mito americano, quello che vedeva i nostri antenati d’inizio Novecento abbandonare il nostro Paese per raggiungere i lontani “States” in cerca di fortuna: sono in molti i giovani laureati italiani che stanno nuovamente inseguendo il sogno di raggiungere le rinomate università oltre-oceano e fare lì fortuna. A tutti quelli che coltivano (nostalgicamente) un simile sogno dedichiamo i nostri pensieri: del resto, noi siamo ciò che pensiamo (forse); tutto ciò che siamo viene all’essere con i nostri pensieri (indubbiamente); con i nostri pensieri creiamo il mondo (speriamo, perlomeno ci proviamo).
L’AMERICA IN VIAGGIO - Il passato, il presente e il futuro vengono ri-guardati e ri-considerati a partire dal desiderio di radici che la notizia inaspettata dell’arrivo di un figlio è in grado di risvegliare: strutturato come un lungo viaggio, il film “American Life” segue la coppia nella ricerca di un posto dove andare a vivere, che non è solo (evidentemente) un luogo fisico, bensì un contesto appropriato capace di offrire rapporti significativi, amicizie “sane” e “qualcosa di buono” a cui guardare.
In tale percorso, però, ogni passo sembra corrispondere ad una delusione peggiore della precedente (se possibile), perché l’America attraversata da Burt e Verona si presenta come una sbiadita carrellata di egoismi, follie e tristezze: si parte dai genitori di lui – gli unici ancora “in vita” (?) – che si preparano a trasferirsi, negando l’entusiasmo per il nascituro; si passa poi da madri depresse e ciniche – chi tratta i figli come oggetti, parlando davanti a loro con disprezzo e senza riguardo – a neo-hippy svitate che crescono la prole sulla base di teorie assurde – chi considera i bambini come divinità intoccabili – fino a famiglie apparentemente amorevoli e premurose, ma che nascondono abissi di infelicità – più che compensati da adozioni a raffica e pratiche consumistiche di tutto rispetto.
Mendes non cede, tuttavia, al sarcasmo e alla ghiotta tentazione di giudicare i personaggi da lui stesso creati – nemmeno i più “scoppiati” o “allarmanti” – facendo di ogni incontro una tappa imprescindibile nella crescita dei due protagonisti, chiamati ad una fecondità che vada ben oltre la “semplice” gravidanza: in un quadro tanto cupo colpisce la solidità e la profondità del legame tra Burt e Verona, incapaci di accettare l’idea che tutto sia necessariamente destinato al fallimento. I due avvertono il bisogno – più forte che mai, in questo momento – di una promessa di “eternità”, che consegnano fiduciosi nelle mani degli spettatori: ogni possibile speranza, insomma, viene affidata alla buona volontà e al tenace desiderio di felicità che Burt e Verona custodiscono, ormai gelosi della propria “diversità”.
Il lungo viaggio giunge, così, al suo naturale approdo: un luogo del passato che può tornare a vivere nella storia appena iniziata di una nuova famiglia che ri-nasce. Burt e Verona ricominceranno sì, ma da soli: passati dallo status di amabili disadattati pieni di dubbi a quello di adorabili (per quanto eccentrici) rappresentanti di due categorie tuttora molto diffuse sul pianeta – quelle di maschio e femmina in attesa di prole – riveleranno, sul finire, una sicurezza, una fiducia in se stessi ed una capacità di amare e di prendere in mano il proprio destino davvero inattese e toccanti – senza dimenticare che ci sono almeno un paio di generazioni che hanno sostituito le ninne nanne con i successi pop della loro infanzia, ma nessuno aveva ancora avuto il buon gusto di farcelo assaporare al cinema. Il calore e la luce del mare nelle ultime immagini del film, tuttavia, sembrano non riuscire a dissolvere completamente la sensazione che, per quanto prezioso sia, questo amore non ha trovato (forse) un terreno abbastanza fertile di rapporti in cui germogliare, crescere e (finalmente) fiorire: isolarlo pare l’unica alternativa plausibile.
Vorremmo credere che tutto ciò possa bastare, ma non ne siamo certi né così tanto sicuri. Ci chiediamo piuttosto se – in qualche misura – non sia proprio questa illusione ad aver generato l’infelicità dilagante della società americana (e non solo), di cui Mendes è (fin dalle origini, praticamente da sempre) un così lucido cantore.
GUARDARE ASCOLTANDO LA TRAGICOMICA SCOMPARSA DELL’AMERICAN DREAMS - Sono passati ben dieci anni da quando il film “American Beauty” di Sam Mendes faceva incetta di premi Oscar al Kodak Theatre, nella notte più calda di Los Angeles. E se è vero che un capolavoro può essere dichiarato tale se (e solo se) non viene scalfito dall'incedere inesorabile del tempo, dobbiamo allora ammettere che “American Beauty” è un’autentica opera d’arte, patrimonio dell’umanità e di ciò che rappresenta. Il regista Sam Mendes non poteva avere un esordio più fulgido: dopo una decade, pubblico e critica hanno ancora ben in mente (soprattutto) il vivido ricordo della sua magnifica opera prima; una storia di ordinaria follia americana, una tragedia dei tempi moderni, una commedia grottesca sulla natura umana, un saggio sulla nullità dei costumi borghesi, una satira sul perbenismo sfrenato. In poche parole: l'American Dream fatto a pezzi, ucciso, sparato alla testa (proprio nel finale).
Da morto, il quarantaduenne Lester racconta la storia del suo ultimo anno di vita: infelicemente sposato con Carolyn, prende una cotta per Angela, compagna di scuola di sua figlia Jane, che gli cambia la vita; fa giusto in tempo a guarire dall'infatuazione, quando un ex ufficiale dei Marines, suo nuovo vicino di casa e padre di Ricky, innamorato di Jane, gli rivela la propria latente omosessualità. Da una sapiente sceneggiatura del commediografo Alan Ball e dalla frontale messinscena dell'esordiente S. Mendes (regista teatrale britannico) è uscito un film di grande successo, fintamente trasgressivo: ironico, a tratti persino divertente, ma in fondo amaro; espone, esorcizzandoli, il disagio e il vuoto della società contemporanea, infinita contiguità di solitudini.
Soltanto i due figli sembrano salvarsi in un simile deserto del disamore. Tutti (a parte il protagonista) si nascondono dietro una maschera pirandelliana creata dalla paura, dall'ipocrisia e dai falsi valori di una società puritana che, come quella americana, vorrebbe rappresentare sempre il contrario di quel che veramente è. La visione pessimistica della condizione umana che si evince dal film viene, però, compensata dalla bellezza che c'è nel mondo: anche una semplice busta di plastica mossa dal vento (simile alla piuma di Forrest Gump?!) può diventare un simbolo di bellezza struggente e assoluta. È questo il messaggio più importante che ci dà “American Beauty”, sono questi gli ultimi pensieri di un uomo letteralmente “ammazzato” dal sogno americano.
Il film si presenta, ai nostri occhi, fin troppo perfetto e furbetto nel far tornare i conti: nei dialoghi, nella meccanica narrativa e nel disegno di personaggi problematici (la moglie, il suo amante hippie, il gay represso in divisa, la ninfetta vantona e vergine). «Tragicommedia double-face» (sentenziano, lapidari, Laura, Luisa e Morando Morandini): realistica nell'analisi sociologica – ricca di elementi simbolici – ma sull'orlo del Kitsch a livello di scrittura – la sovrabbondante abbondanza di petali di rosa è quasi fastidiosa. Il titolo è il nome di una rosa, appunto, ma può perfettamente alludere alle divagazioni di Ricky sulla bellezza nascosta del mondo. Peccato per il doppiaggio italiano, malfatto e approssimativo, qua e là.
5 Oscar: film, regia, sceneggiatura originale, K. Spacey, fotografia (Conrad Hall). Una perla che rimarrà nel firmamento dei capolavori, insomma: un film che ti riempie e ti fa apprezzare quanto di bello può esistere nel mondo. Forse il debito con “Viale del Tramonto” di Billy Wilder è piuttosto alto, ma questo importa solo in parte: un’interpretazione magnifica di Spacey esalta un film già splendido, e la colonna sonora, bellissima, fa da contorno allo scorrere di una storia che avvolge e ti porta verso un finale tutto da gustare, con la reale convinzione di aver assistito a qualcosa di straordinario. Da rivedere, dunque, almeno una seconda volta.
(4 - continua)
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