Inventare il futuro, in memoria di Steve Jobs (pt.2)

Mercoledì 30 Novembre 2011 21:07 Patrizio Longoni Arts & Publishing - Cultura
Stampa PDF

Steve Jobs è nato il 24 febbraio del 1955 a San Francisco, quando i telefoni erano a disco e i computer grandi come una stanza. È prematuramente scomparso nella notte di mercoledì 5 ottobre 2011, a 56 anni, dopo aver messo un computer dentro al telefono, e quel telefono in più di 120 milioni di tasche.

 

MI CHIAMO STEVE JOBS, CAMBIERÒ IL MONDO - Più volte Jobs ha saputo rompere con il passato, segnando delle date che rimarranno nella storia industriale, insieme ad alcune grandi invenzioni: un successo ancora più emblematico se lo si lega al mondo della Silicon Valley. Indimenticabile rimane quell’aprile del 1976, quando, a soli 21 anni e senza nemmeno un diploma, fondò la Apple con un suo amico di origine polacca, Stephen Wozniac.
Da sapere: nel luglio 1976 Apple lancia il suo primo computer; quattro anni dopo, nel 1980, l’azienda fa il suo ingresso in Borsa; nei tempi successivi lavora assiduamente ad una profonda rivoluzione del modo di percepire la tecnologia, rivoluzione che giunge a compimento nel 1984, con il lancio del primo Macintosh; l’anno seguente, Steve Jobs viene cacciato dalla Apple, fonda un’azienda chiamata NeXT e poi ne acquista un’altra (da George Lucas) che chiamerà Pixar; dovranno passare più di dieci anni prima che possa rimettere piede nel gruppo di Cupertino (da lui fondato), dapprima come semplice consulente (nel 1996), per poi essere nominato amministratore delegato ad interim (l’anno seguente). Da lì in poi, una storia di grandi successi (ben noti a tutti) lo ha visto come indiscusso protagonista, con una sorta di consacrazione raggiunta nel maggio del 2010 quando l’azienda della Mela è stata proclamata società tecnologica dal più alto valore in Borsa, a soli quattro mesi dal lancio dell’iPad. Dopo l’ennesima assenza prolungata, dovuta ad un inatteso aggravarsi delle sue precarie condizioni di salute, nell’agosto del 2011 Jobs è stato costretto a dimettersi da amministratore delegato, non dopo aver annunciato, però (due mesi prima), la nascita dell’iCloud. Il triste epilogo della sua battaglia contro la malattia lo conosciamo, il resto è noia.
Steve Jobs lascia dietro di sé un’azienda importante nel settore tecnologico, la cui genialità l’ha portata a controllare la tecnologia per farla entrare nelle nostre vite: il mouse non è stato inventato dalla Apple, ma l’azienda della Mela è stata la prima ad avere l’idea di lanciare un computer con un mouse, il Macintosh; i lettori mp3 non sono stati inventati dalla Apple, e neanche la musica on-line, ma il lancio nel 2001 dell’iPod e dell’iTunes store ha attirato le generazioni che fuggivano dalle grandi case discografiche; Internet sul cellulare, gli schermi touchscreen e i servizi on-line esistevano già da anni, ma è stata l’azienda californiana – con l’iPhone nel 2007, l’App store nel 2008 e l’iPad nel 2010 – a rendere un simile universo accessibile a tutti (o quasi).
Steve ha mantenuto la promessa fatta nel lontano 1997, quando tornò a Cupertino: salvare la Apple dalla rovina. Grazie al suo straordinario successo nella vendita di musica on-line e dispositivi mobili, la Apple è oggi più forte che mai. Ma siamo sicuri – sembra lecito chiederci – che stia usando questa posizione di vantaggio per affermare la libertà dei suoi utenti? Proprio mentre da tutto il mondo arrivano manifestazioni di cordoglio e solidarietà per la scomparsa del suo co-fondatore, restrizioni più severe che in passato sembrano infatti imporsi agli utilizzatori: tutti i prodotti della Apple – dall’iMac all’iPod, dall’iPhone all’iPad – usano sistemi operativi chiusi, e gli utenti non possono nemmeno installare i programmi da soli. Una circostanza alquanto bizzarra che merita senz’altro un approfondimento.

 

UN GIUDIZIO SEVERO - Lo Steve Jobs che fondò la Apple come un’azienda anarchica per promuovere un’idea di libertà – non dimentichiamoci che i primi progetti con Wozniak erano dispositivi pirata e schede informatiche aperte – sarebbe spiazzato dal modo in cui il colosso della Mela sta costruendo, ora, il suo futuro. Come ha scritto Mike Daisey sul “The New York Times”, «oggi nessuna azienda del settore tecnologico somiglia più della Apple al Grande Fratello di 1984 [di George Orwell, n.d.r.], usato in un celebre spot pubblicitario della stessa azienda di Cupertino». È la dimostrazione della velocità con cui il potere rischia di corrompere. Il successo della Apple è andato di pari passo con la trasformazione del sistema industriale globale: appena dieci anni fa i Mac venivano assemblati negli Stati Uniti, mentre oggi sono prodotti nella Cina meridionale, in condizioni di lavoro a tratti spaventose. Come la stragrande maggioranza delle società dell’industria elettronica, la Apple aggira le leggi sul lavoro subappaltando tutta la produzione a imprese come la Foxconn, tristemente nota per i suicidi nei suoi stabilimenti, per un operaio morto dopo aver fatto un turno di 34 ore, per gli innumerevoli casi di maltrattamenti e per la tendenza a fare qualsiasi cosa pur di soddisfare gli alti standard di produzione fissati da colossi del settore tecnologico come la Apple.
Continua Daisey, autore del monologo “The agony and the ectasy of Steve Jobs”: «Ho viaggiato nella Cina meridionale e ho intervistato molti operai dell’industria elettronica. Uno di loro lavorava in uno stabilimento della Foxconn, la fabbrica taiwanese dove si assemblano i portatili, gli iPhone e gli iPad. Quando gli ho mostrato il mio iPad è rimasto a bocca aperta: non ne aveva mai visto uno ultimato e acceso. Ha passato la mano sullo schermo ed è rimasto incantato di fronte alle icone che scorrevano avanti e indietro. Poi ha sussurrato al mio traduttore: sembra magico.» La magia di Steve Jobs comincia a mostrare i suoi costi. Possiamo ammirare la perfezione del design e il suo fiuto per gli affari, ma non dobbiamo ignorare la verità: avendo a disposizione risorse pressoché inesauribili, Steve Jobs avrebbe potuto rivoluzionare il settore introducendo un sistema di produzione più aperto e “a misura d’uomo”. Ad essere impietosi – senza voler cedere alla nostalgia – Jobs è stato un grande uomo con un talento smisurato per il design, una capacità innata di comunicare ed una competenza invidiabile nel mondo delle tecnologie che resteranno a lungo senza rivali; ma è stato anche un uomo che, in definitiva, non è riuscito fino in fondo a “pensare in modo diverso” – come recitava un suo celebratissimo slogan – nel senso più profondo del termine, ritrovandosi rassegnato alla dura realtà e alla fine arreso di fronte all’opportunità di dare un volto autentico alle esigenze umane dei suoi utenti e dei suoi dipendenti.
È un giudizio severo – me ne rendo conto, e me ne assumo tutte le responsabilità – ma Steve ha sempre creduto fortemente nella sincerità brutale, e amare una persona significa saper vedere le ombre (oltre alle luci), sebbene a volte queste possano sembrare spiacevoli. Steve è stato uno degli inventori del mondo di oggi, famoso come pochi potranno esserlo. Dopo la sua morte, dunque, il compito di realizzare gli obiettivi che hanno guidato la sua vita – e che lui stesso ha saputo mostrarci tanto lucidamente, lasciandoci purtroppo prima di riuscire a portarli a definitivo compimento – spetta a tutti i ribelli, i disadattati e i folli che pensano di poter cambiare il mondo. Tanto di cappello.

 

(2 - continua)

 

Leggi la prima parte

Ultimo aggiornamento Giovedì 22 Dicembre 2011 20:11

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

150 anni d'Italia

Senza fine. Non è Gino Paoli. E' il Drago di Arcore

FusiOrari TV

Il Sondaggio

Reputa la manovra del governo Monti:




La Vignetta

Login



PhotoGallery

  • Galleria
  • Galleria
  • Galleria
  • Galleria
  • Galleria
  • Galleria
  • Galleria
  • Galleria

Editoriali

Analisi - L'Italia è in svendita?
Martedì 24 Gennaio 2012 Rosanna Terminio
Immagine
Il 2011 si é concluso con la notizia dell'acquisto di una partecipazione nel gruppo Ferretti, produttore di yatch di lusso, da parte dell'azienda cinese Shandongh Heavy Industry Group (SHIG). Nello stesso periodo dell'anno precedente una azienda cinese ha comprato l'azienda Cantieri Navali di Lavagna in bancarotta Leggi tutto...
F-35 o Eurofighter Typhoon, per l’Italia è scelta strategica
Mercoledì 04 Gennaio 2012
Immagine
Sulle pagine di quotidiani e riviste, sui blog e nei social network impazza il dibattito sul ventilato acquisto da parte dell’Italia di centotrentuno velivoli militari F-35 per una somma pari a quindici miliardi di euro. Questo proprio mentre il governo vara una manovra da ventitré miliardi definita sovente «lacrime e sangue». In risposta a tale presunta assurdità, i cittadini chiedono più spesa sociale e i pacifisti reclamano ulteriori tagli per la difesa. È errato però porre il problema in termini così semplicistici. FusiOrari vuole guardare oltre una prospettiva ideologica, analizzando pragmaticamente il perché, il come e le eventuali alternative all'acquisto degli F-35. Leggi tutto...
FusiOrari in Cina, alla scoperta del Gigante “ignoto”
Martedì 06 Dicembre 2011
Immagine
SHANGHAI - Se per strada fermaste dei passanti e chiedeste loro dove si trova la Cambogia e quali siano i tratti caratteriali dei cambogiani, pochi sarebbero in grado di rispondere. Una cosa simile si verificherebbe per il Bangladesh, l’Indonesia, e così via. Se però domandate anche a una sola persona se ha cognizione o un’opinione sulla Cina e sui cinesi, quasi certamente si lancerà in analisi geopolitiche, sociali e culturali ripercorrendo la gran parte degli stereotipi occidentali sulla discendenza di Mao. Leggi tutto...

Il Meteo