Inventare il futuro, in memoria di Steve Jobs (pt.1)

Lunedì 28 Novembre 2011 14:40 Patrizio Longoni Arts & Publishing - Cultura
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“Think different”: chi non ricorda questo celebre slogan che, dal 1997 al 2002, fu protagonista delle campagne pubblicitarie della Apple? Mi ritengo fortunato a possedere l’originale di uno di quei poster in cui dominavano le foto di personaggi celebri – il mio rappresenta Jim Henson, regista e produttore cinematografico statunitense, inventore dei Muppets – accompagnate dal simbolo della “mela morsicata” e da quel Think different scritto nel carattere più elegante che sia mai stato inventato, l’Apple Garamond, ovvero il font di sistema del Mac: una delle tante caratteristiche che hanno reso diverse le “creature” di Steve Jobs da qualsiasi altro “congegno” elettronico. Peccato che nel 2002, a Cupertino, si decise di abbandonarlo, per passare al Myriad: ma i tempi cambiano, e anche i font – si sa – sono destinati a scomparire dalla scena.

 

 

NESSUNA NOSTALGIA - La casa di Cupertino ha perso il suo genio visionario. Il mondo ha perso una delle menti più floride, in grado di trasformare il nostro uso quotidiano di oggetti in un’esperienza unica. Un uomo che ha rivoluzionato i mercati e il nostro modo di vivere la tecnologia. L’uomo che ha “inventato il futuro” – volendo prendere a prestito il titolo di uno dei più celebri ritratti a lui dedicati. Ma soprattutto un uomo che ha messo l’essere umano al centro del suo lavoro, della sua passione, della sua vita. Di lui, Walter Isaacson (presidente dell’Aspen Institute e autore della biografia ufficiale di Steve Jobs, l’unica autorizzata, pubblicata in Italia da Mondadori il 24 ottobre) ha scritto: «Alcuni leader sanno innovare grazie alla visione d’insieme. Altri si concentrano sui dettagli. Jobs faceva entrambe le cose. Per questo è stato il più grande imprenditore della nostra epoca».
Ma Steve Jobs era nemico della nostalgia, e con questo spirito ci chiede – ci immaginiamo, come in molti hanno fatto – di ricordarlo. Credeva che il futuro avesse bisogno di spirito di sacrificio e coraggio in abbondanza. Ha scommesso sulle nuove tecnologie anche quando la strada era incerta. Diceva spesso ai giornalisti che era fiero sia dei prodotti che lanciava sul mercato, sia di quelli che scartava. Era un maestro del cosiddetto knifing the baby (“accoltellare il bambino”, che nel gergo della Silicon Valley indica la capacità di saper sacrificare alcuni prodotti in partenza), qualcosa che gli innovatori più sensibili, ancora oggi, non riescono a fare, perché pericolosamente innamorati delle proprie creazioni. Uno dei segreti del successo della Apple sotto la guida di Steve è stata proprio la sua capacità di analizzare le nuove tecnologie con occhio lucido, freddo e distaccato, al fine di eliminare tutto ciò che non era essenziale: un atteggiamento critico che ci piace ricordare; il dono più grande di un uomo che rappresenta, oggi, molto più di un grande imprenditore.
Proprio poche settimane fa ho finito di leggere la sua biografia scritta dal suo ex-collaboratore Jay Elliot e pubblicata da Hoepli. Ne sono rimasto affascinato. La saga di Steve Jobs incarna il mito della Silicon Valley, elevandolo all’ennesima potenza: una start-up nata nel garage di casa si è trasformata, nel tempo, nella società tecnologica più importante del mondo. Per anni ho “venerato” i suoi prodotti, e modello dopo modello ho sempre apprezzato la sua capacità di soddisfare le esigenze dell’utente “non addetto ai lavori”. Steve ha fatto scuola: ogni volta che ha toccato un settore, lo ha rivoluzionato e ha fatto tendenza, costringendo la concorrenza ad adeguarsi per non perdere preziose fette di mercato. Anche se, in realtà, non ha inventato molto, Jobs è stato un maestro nel combinare idee, arte e tecnologia, in un modo inatteso e semplicemente sorprendente, capace di reinventare persino il futuro: ha progettato il Mac dopo aver intuito le potenzialità dell’interfaccia grafica che la Xerox non era riuscita a cogliere in pieno; ha costruito l’iPod dopo aver capito quanto poteva essere divertente avere mille canzoni in tasca, mentre la Sony, pur avendo tutte le risorse necessarie a disposizione, non c’era mai riuscita. Ma la sua grandezza è stata alla base di tutto quanto è riuscito a costruire: la capacità di pensare a noi, prima che ai suoi prodotti. “Jobs”: del resto, con un nome così, non poteva che avere successo.

 

(1 - continua)

Leggi la seconda parte

Ultimo aggiornamento Giovedì 22 Dicembre 2011 20:11

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