
Parlare di “mistero” significa, inevitabilmente, richiamare alla memoria le “mitiche” avventure di Sherlock Holmes e del suo prode compagno, amico e biografo, il dottor John Watson: comparso in quattro romanzi e cinquantasei racconti, quell’Holmes – personaggio letterario creato da Sir Arthur Conan Doyle alla fine del XIX secolo – è stato, infatti, da tempo assurto al ruolo di iniziatore e degna icona della letteratura gialla, superando di gran lunga la fama dei suoi stessi creatori; un autentico punto di riferimento per molti dei successivi investigatori di fantasia (e non solo).
CINEMA IN GIALLO - Non a caso, il detective di Baker Street – con la sua invidiabile capacità di applicare il metodo scientifico alle investigazioni criminali – è stato il personaggio letterario protagonista e ispiratore del maggior numero di film a tema presentati sul grande schermo, oggetto di continue rielaborazioni e reinterpretazioni tra le più gustose e stuzzicanti mai conosciute dalla “settima arte”.
A molti dei nostri lettori non sarà sfuggito, però, che fu il regista Roman Polanski – con un inconfondibile gusto filologico alimentato da una massiccia dose di cattiveria perversa, tipica del suo stile “al vetriolo” – a ripercorrere i luoghi caratteristici della “detective story” in voga negli anni Quaranta con tinte esistenziali e surreali pennellate di realtà: la pellicola “incriminata” s’intitola “Chinatown”, naturalmente, definita da Laura e Morando Morandini «un film bizzarro e affascinante, romantico e struggente, ma anche lucido e materialista» – il che, per un “giallo”, è già un risultato raro. Polanski si cimenta con il giallo, regalandoci un film piacevole di buona fattura, anche per la smisurata interpretazione degli attori coinvolti; imperdibile il “sommario tascabile” di tutti i classici ingredienti di un genere tanto amato: sparatorie, pugni, attentati, morti e un “duro” ben interpretato da Jack Nicholson.
Los Angeles, 1937. L’investigatore Gittes viene assoldato da una donna – che si presenta come la signora Mulray – per investigare sulla presunta infedeltà del marito. Riesce dopo diverso tempo a fotografarlo in compagnia di una giovane ragazza, quando si presenta al suo cospetto la vera moglie di Mulray, indignata e minacciosa. Si ritrova intanto il corpo senza vita del marito. Continuano, quindi, tra mille pericoli e improbabili peripezie, le indagini di Gittes. Una trama “elementare” per un autentico capolavoro “sopra le righe” in tutto: investigatore privato scopre un omicidio collegato ad un caso di corruzione pubblica e ad una terribile e scandalosa vicenda privata.
Si tratta di un film profondamente chandleriano senza Chandler, foscosamente romantico. Chandleriano appare anche l’umorismo che ne sorregge il pathos nella descrizione di un mondo corrotto non solo politicamente, in cui sinuosa e ossessiva non può che mostrarsi la presenza del male, mostruosamente ambigua – incarnata dal vegliardo capitalista J. Huston. Pur senza abbandonarsi ad esercizi di nostalgica archeologia cinematografica, impossibile tacere quanto fece scuola nel campo della rivisitazione del cinema giallo e nero.
Da non perdere, dunque, per chi ancora non l’avesse visto: “Chinatown”, un film di Roman Polanski (USA, 1974); con Jack Nicholson, Faye Dunaway, John Huston, Burt Young, Bruce Glover e altri; undici nomination (tra cui J. Nicholson e F. Dunaway) e Oscar alla miglior sceneggiatura originale di Robert Towne. Memorabile l’ultima frase del film: «Lascia perdere Jake, è Chinatown».
ELEMENTARE, WATSON! TORNANDO A SHERLOCK HOLMES, TRA FINZIONE E REALTÀ - Sherlock Holmes, il più famoso investigatore di tutti i tempi, è un’invenzione di Arthur Conan Doyle (1859-1930), giovane medico scozzese, allievo a Edimburgo del prof. Joseph Bell, propugnatore del metodo deduttivo nella formulazione della diagnosi. Con un nome irlandese, il detective nacque in “Uno studio in rosso” (1887), seguito dal romanzo “Il segno dei quattro” (1890), il cui successo sul mercato anglosassone indusse A. Conan Doyle a scrivere una serie di dodici racconti, poi raccolti sotto il titolo “Le avventure di Sherlock Holmes”. Una seconda serie di ulteriori dodici racconti fu pubblicata come “Le memorie di Sherlock Holmes” (1896), dove – nell’ultimo racconto, “Il problema finale” – l’autore fece precipitare il suo eroe in fondo alle cascate di Reichenbach, avvinghiato in un mortale abbraccio col suo acerrimo nemico, il prof. Moriarty. La reazione del pubblico al “delitto” di Conan Doyle fu tale che l’autore fu però costretto a scrivere un terzo romanzo con Sherlock Holmes: “Il mastino dei Baskervilles” (1902), uno dei più famosi, a sua volta seguito da una serie di tredici racconti riuniti sotto il titolo “Il ritorno di Sherlock Holmes” (1905). Impossibile dimenticare il fallimentare tentativo di Conan Doyle nell’avventurarsi in altri territori (teatro, romanzi storici, saggi scientifici). Ciò lo costrinse, nel 1915, a scrivere un quarto ed ultimo romanzo holmesiano, “La valle della paura”, al quale seguirono le ultime due raccolte di racconti, “L’ultimo saluto di Sherlock Holmes” (1917) e “Il taccuino di Sherlock Holmes” (1927).
La storia cinematografica di Holmes parte da lontano. Sono registrati tre titoli di film americani di un rullo negli anni ‘10. Nel 1908 comincia una serie di dodici film danesi one reel con Forrest Holger-Madsen protagonista, seguiti da due film tedeschi nel 1910 e da sei francesi nel 1912 con una seconda serie nel 1913. In Gran Bretagna furono fatti “A Study in Scarlet” (1914) e “The Valley of Fear” (1916) in sei rulli (un’ora circa) ciascuno. Saltiamo al 1922 quando John Barrymore e Roland Young (nei panni del dottor Watson) interpretano “Sherlock Holmes”, prodotto da Sam Goldwyn e basato su una pièce di Gillette. Ancora nel 1922 Maurice Elvey dirige il lungometraggio “The Hound of Baskervilles”, seguito da più di venticinque film in due rulli con Ellie Norwood protagonista. Nel 1929 esce il primo film sonoro holmesiano: “The Return of Sherlock Holmes”, con Clive Brook. Arriva il turno di Arthur Wontner che, al fianco di Ian Fleming/Watson, interpreta dal 1931 al 1936 ben cinque film britannici: “Sherlock Holmes' Final Hour”, “The Sign of Four”, “The Missing Rembrandt”, “The Triumph of Sherlock Holmes” e “The Silver Blaze”. Nello stesso periodo, Raymond Massey interpreta Holmes in “The Speckled Band” (1931) e Robert Rendel lo imita in “The Hound of Baskervilles” (1932). Riappare poi Clive Brook nell’hollywoodiano “Sherlock Holmes” (1932) con Reginald Owen/Watson, il quale l’anno seguente finisce lui stesso per indossare gli abiti di Holmes in “A Study in Scarlet”. Nel 1939 è la volta di Basil Rathbone, apprezzato dai fans di Doyle tanto quanto A. Wontner, che esordisce al fianco di Nigel Bruce/Watson, con “Sherlock Holmes e il cane dei Baskervilles”, seguito fino al 1946 da una ventina di episodi, in gran parte diretti da Roy William Neill. Succede un periodo di silenzio, interrotto nel 1959 da Peter Cushing e André Morell come protagonisti di un rifacimento, il primo a colori, di “The Hound of Baskervilles”, diretto da Terence Fisher. Nel 1962 Christopher Lee e Thorley Walters interpretano rispettivamente Holmes e Watson nel film tedesco di T. Fisher “Sherlock Holmes - La valle della morte”. Nel 1965 sopravviene una serie TV della BBC con Douglas Wilmer e Nigel Stock, ma il primo è presto sostituito da Peter Cushing.
GLI ANNI RECENTI - Gli anni ‘70 segnano una svolta. Comincia Billy Wilder con “La vita privata di Sherlock Holmes” (1970), dove Robert Stephens ricorre alla cocaina nei suoi momenti di depressione o di dubbio; sulla stessa scia si pone “Sherlock Holmes: soluzione sette per cento” (1976) in cui Nicol Williamson/Holmes va in analisi sul lettino di Sigmund Freud in persona. Intanto col personaggio si cimentano George C. Scott in “They Might Be Giants” (1970) e Larry Hagman nel TV-movie “The Return of the World’s Greatest Detective” (1976). Gene Wilder ne fa una parodia con “Il fratello più furbo di Sherlock Holmes” (1975). In “Assassinio su commissione” (1978), anglo-canadese, Christopher Plummer/Holmes indaga sui crimini e sull’identità di Jack lo Squartatore, aiutato da un James Mason/Watson più bravo di lui. In “Piramide di paura” (1985), di Barry Levinson, Holmes e Watson sono allievi di un college alle prese con una setta criminale. Innumerevoli i serial televisivi. Oltre a quelli di Stewart Granger (1972), Roger Moore (1977) e Peter Cushing (1984), ricordiamo le due avventure (“La valle della paura” e “L’ultimo dei Baskervilles”), in tre puntate ciascuna, prodotte dalla RAI nel 1968 con la regia di Guglielmo Morandi e l’interpretazione di Nando Gazzolo/Holmes e Gianni Bonagura/Watson.
Passano gli anni, ed è la versione di Guy Ritchie, nel 2009, a riscuotere grande successo al botteghino, riportando in auge un personaggio dalla fama mai tramontata. Prodotto da Warner, il film è frutto di un lungo, plurimo e faticoso lavoro di sceneggiatura, volto a fare di “Sherlock Holmes” un frenetico blockbuster hollywoodiano di azione violenta. Che cosa gli rimproverano i recensori che l’hanno disprezzato non è poi tanto chiaro: certamente un poco opinabile appare l’aver scelto per Holmes (alto più di 190 cm e magrissimo, secondo l’autore originario) l’americano Robert Downey Jr., piccoletto energico e muscoloso, poco british e vittoriano, dai modi gentili di uno scazzottatore indomito; come duro picchia l’elegante, alto e bello Jude Law nella parte del dott. Watson, suo coinquilino al 221B di Baker Street a Londra. Del resto molti non sanno che – nelle pagine di Conan Doyle – Holmes è un pugile semiprofessionista, un atletico arrampicatore, un detective assai mobile nelle sue indagini, che usa rivoltella e coltello, così strabiliante nei travestimenti da ingannare persino quello stupidotto diligente di Watson. Di sicuro effetto rimane Lord Blackwood – omicida seriale di belle ragazze che vuol conquistare il mondo e far ridiventare gli USA una colonia di Her Majesty – il più improbabile malvagio mai apparso sugli schermi; ma capace di contribuire anch’egli al divertimento scattoso, sorprendente ed inverosimile di un film che termina col misogino Sherlock, vicino all’ingannatrice Irene, a penzoloni sul Tower Bridge in costruzione. Onore al merito di quel “fanfarone” di Ritchie, mai stato così in forma nella sua dismisura.
Per quanto si possa restare in trepidante attesa di un possibile seguito (http://pellicolerovinate.blogosfere.it/2011/10/sherlock-holmes-2-trailer-italiano.html), vale la pena notare come il personaggio di Sherlock Holmes si sia emancipato, nel tempo, dalla sua identità originaria: prototipo dell’investigatore moderno, l’uomo ha lasciato presto spazio al mito di colui che si lascia guidare dall’ingegno e dalla logica per sciogliere enigmi e svelare misteri tra i più indecifrabili in apparenza. Ciò ci permette, con un poco di coraggio e un pizzico di ambizione, di raccogliere una suggestione tanto ghiotta da poterci portare oggi ad indagare “il mistero” sotto profili del tutto inediti, seguendo strade raramente percorse prima e puntando verso orizzonti in grado di dare nuovo volto e senso a professioni e mestieri, a ben vedere, non poi così recenti. Procediamo con ordine, accogliendo la sfida: la cosa ci apparirà presto di una semplicità “elementare, Watson!”.
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