
Centosessant'anni e un numero impressionante di avvenimenti ci separano dalla prima Esposizione Universale della storia: la Crystal Palace Exhibition tenutasi a Londra nel 1851. Da allora, la storia delle esposizioni universali ha seguito di pari passo l'evoluzione dei rapporti economici e politici mondiali. Allo scopo di offrire adeguato contesto alla prossima Expo che impegnerà in prima linea Milano nel 2015, FusiOrari ripercorre la storia di questo fondamentale appuntamento offrendo come di consueto uno sguardo approfondito sulle principali dinamiche economiche, politiche e sociali che hanno influenzato, e continuano a influenzare, l'organizzazione di questo importante evento.
LA SOCIETÀ INDUSTRIALE, CULLA DELLE ESPOSIZIONI UNIVERSALI – La vera ricchezza di una società industriale consiste in un bagaglio di conoscenze tecniche che va ad aggiungersi alla disponibilità di risorse materiali: beni materiali ed elementi immateriali sono termini di un unico processo di apprendimento. La diffusione industriale ha potuto avere luogo solamente grazie a un circuito di circolazione delle conoscenze che, partendo dall'Inghilterra vittoriana “officina del mondo”, ha dato avvio ad una serie di processi di apprendimento e di trasferimento di tecnologia che ha reso possibile replicare il caso inglese su più ampia scala. È in questo contesto che si collocano le prime esposizioni industriali che, insieme alle prime pubblicazioni scientifiche e divulgative e ai primi convegni dei produttori, rappresentarono una prima occasione di propaganda e di messa in mostra dei propri progressi in campo scientifico e tecnologico, oltre che un vero e proprio trampolino di lancio per gli affari dei moderni imprenditori. In questo senso, la primissima esposizione universale della storia, la Crystal Palace Exhibition di Londra nel 1851, voleva essere il simbolo di una società industriale che celebra se stessa e dà prova delle vette raggiunte dalla propria potente struttura industriale. Mentre i fieri espositori inglesi mettevano in mostra di fronte al mondo lo spettacolo del proprio avanzamento tecnologico, una nuova sfida giungeva da lontano, a testimonianza del fatto che il progresso – così esaltato e celebrato a Crystal Palace – per sua stessa natura non conosce punto di arrivo, ma solamente stazioni intermedie la cui unica vocazione è il miglioramento continuo, e pertanto il continuo superamento. La sfida si giocava sul piano dei modelli organizzativi del lavoro di fabbrica, ed arrivava da lontano: nei padiglioni riservati agli Stati Uniti fecero infatti la loro comparsa macchine utensili in grado di produrre parti intercambiabili identiche, cioè di rendere possibile il passaggio alla produzione di massa. La lavorazione a flusso continuo basata sulla linea di assemblaggio, destinata poi ad evolversi nel modello fordista della catena di montaggio che a partire dal 1913 avrebbe rivoluzionato il metodo di produzione globale, faceva dunque la sua comparsa proprio sotto i riflettori di Crystal Palace, a ulteriore riprova della natura dell'esposizione come vetrina del progresso e fonte di emulazione tecnologica e diffusione delle conoscenze, paradigma di un nuovo modo di intendere il trasferimento di tecnologia, che contrastava con le radicate tradizioni di segretezza alimentate dall'inefficace protezione assicurata dai brevetti. Furono proprio gli Stati Uniti ad ospitare la successiva esposizione industriale, New York 1853, dove l'industriale Elisha Otis presentò per la prima volta il prototipo del moderno ascensore. Tuttavia, l'esposizione di questo primo periodo destinata a rimanere più nella storia, o perlomeno nella memoria collettiva, è senza ombra di dubbio l'Exposition Universelle di Parigi del 1889, segno di una ritrovata volontà di potenza continentale nel campo della scienza e della tecnica e ricordata principalmente per il lascito architettonico rappresentato dalla celeberrima Tour Eiffel.
L'EXPO NEL SECOLO DEI NAZIONALISMI - L'organizzazione di esposizioni universali da parte dei Paesi interessati a mettersi in mostra è proseguita in maniera quasi del tutto spontanea fino agli inizi del XX secolo, quando l'estrema rilevanza e il carattere competitivo assunto da questi eventi hanno spinto i Paesi a firmare una Convenzione che disciplinasse l'organizzazione delle esposizioni e che desse vita ad un'organizzazione internazionale, con sede a Parigi, incaricata di regolare la frequenza delle esposizioni, dettarne gli standard e garantirne la qualità. Con la Convenzione di Parigi del 1928 nasceva dunque l'Ufficio Internazionale delle Esposizioni (Bureau International des Expositions - BIE), ente che tuttoggi ricopre il ruolo di promotore delle esposizioni universali. Con la fondazione del BIE l'organizzazione delle Esposizioni universali è proseguita non con meno entusiasmo. L'essenza e il significato dell'esposizione iniziava però a mutare: non più occasione per mettere in mostra i propri successi in campo scientifico e tecnologico ma strumenti di autoglorificazione e nation branding in linea con le richieste del secolo dei nazionalismi: in questo senso, emblematica fu l'Exposition Internationale des Arts et Techniques dans la vie moderne tenutasi a Parigi tra il maggio e il novembre 1937. Mentre i venti di guerra soffiavano in Europa, lungo il boulevard principale del Trocadéro i due padiglioni tedesco e sovietico si fronteggiavano come soldati schierati in battaglia; da una parte la Germania nazista sul cui padiglione campeggiavano un'aquila e una svastica, erette a monumento del ritrovato orgoglio nazionale tedesco, dall'altra il padiglione sovietico sul quale si ergeva la famosa scultura L'operaio e la Kolkhoznitsa, che riuniva in sé la falce e il martello simboli del comunismo sovietico. Allo stesso modo, durante la guerra fredda la partecipazione alle esposizioni universali venne intesa dalle due superpotenze americana e sovietica come strumento di affermazione della propria superiorità in campo tecnologico e culturale, in una sorta di “corsa alle esposizioni” che procedeva in parallelo alla più tristemente notoria corsa agli armamenti. Proprio la fine della competizione bipolare, insieme al rinnovato impegno militare degli anni '90, fu alle origini della decisione statunitense di lasciare il BIE, decisione comunicata definitivamente dal Segretario di Stato Colin Powell nel 2001. La Convenzione di Parigi prevede che solamente gli Stati membri del BIE possono candidarsi all'organizzazione di un'esposizione universale e possono offrire il proprio parere in merito alle altre candidature; l'appartenenza al BIE è inoltre un requisito fondamentale per poter partecipare in veste di espositore alle esposizioni universali. Venendo meno la copertura governativa – il Congresso infatti non è più autorizzato a stanziare fondi per l'organizzazione e la partecipazione ad esposizioni universali – la partecipazione statunitense alle Expo viene lasciata nelle mani dei privati. Con il 2001 si è aperto quindi per gli Stati Uniti un lungo periodo di astinenza dalle esposizioni universali, iniziato in realtà già negli anni '90, che ha avuto termine solamente nel 2010 in occasione dell'Expo di Shanghai, grazie all'intervento di un'organizzazione no profit che si è occupata di raccogliere fondi tra i privati per finanziare la partecipazione statunitense all'imperdibile appuntamento cinese.
DA SHANGHAI A MILANO: VERSO IL FUTURO - Proprio l'Expo di Shanghai del 2010 ha segnato un nuovo importante turning point nella storia delle esposizioni universali. L'esposizione cinese è stata infatti occasione di incontro degli strumenti dell'economia e della diplomazia pubblica. Il ruolo di assoluta centralità giocato dalla Terra di Mezzo nell'economia globale ha fatto sì che la città cinese – centro nevralgico della “nuova Cina” e cuore pulsante dell'economia non solo nazionale – si sia potuta permettere di “fare pressione” sui potenziali partecipanti, invitandoli caldamente a presenziare all'evento pena la recisione o la mancata conclusione di importanti accordi commerciali. Pechino si è inoltre dichiarata pronta a finanziare in prima persona la partecipazione dei Paesi che non se lo fossero potuti permettere – in primis i Paesi africani, che hanno fatto registrare il record di presenze - pur di evitare che con la scusa della mancanza di fondi alcuni Paesi rovinassero la festa cinese. Anche senza la velata minaccia degli organizzatori, tuttavia, la necessità di presenziare all'evento con il quale Pechino torna alla ribalta sul palcoscenico mondiale – e questa volta da protagonista – è stata fin da subito chiara alla maggior parte dei Paesi del mondo. Tramite l'incentivo economico, la Cina si è dunque assicurata un ritorno di immagine non indifferente; il finanziamento della partecipazione dei Paesi in via di sviluppo ha contribuito a rafforzare l'immagine di una potenza “benevola”, che pone sempre di più se stessa come alternativa al vecchio e stanco Occidente. La stessa disposizione dei padiglioni assegnati ai diversi Paesi espositori ha suggerito una volontà cinese di riproposizione dell'antico sistema tributario che vedeva il Celeste Impero al centro di una fitta rete di relazioni che coinvolgevano Pechino e i diversi Stati vassalli. Il mastodontico padiglione cinese si ergeva infatti al centro dei ben più limitati padiglioni di Macao, Hong Kong e Taiwan, mentre i padiglioni statunitense e giapponese sono stati relegati all'estremo opposto, nell'angolo più remoto dell'area espositiva. In questo contesto, il passaggio del testimone da Shanghai a Milano è destinato a suscitare non poche perplessità: riuscirà la capitale economica di un Paese sulla via del declino a fare tesoro dell'esempio offerto dalla capitale economica di un Paese in inarrestabile ascesa?
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