
Due edizioni. Solo due edizioni di una trasmissione possono irrimediabilmente cambiare la storia della televisione mondiale. Era il 6 ottobre 2001 e nelle isole britanniche, sul canale ITV, andava in onda per la prima volta “Pop Idol”, un nuovo promettente show tutto da scoprire. L'evento era stato preceduto pochi mesi prima da una interminabile catena di audizioni canore, tenutesi per tutto il Regno Unito e aperte a ragazzi e ragazze tra i 16 e i 26 anni. Il vincitore avrebbe portato a casa un contratto discografico da un milione di sterline.
IL PROGRAMMA – Quattro giudici: Simon Cowell, Pete Waterman, Nicki Chapman e Neil Fox, scelti fra i migliori personaggi dello spettacolo inglese, avevano il compito di valutare la bravura dei candidati sulla base delle loro capacità tecniche e artistiche. Gli eletti avrebbero avuto la possibilità di partecipare al programma che sarebbe andato in onda dopo pochi mesi. In realtà il talent manager Bob Herbert nel 1994 aveva già tentato qualcosa di simile. Erano gli anni dei Take That ed Herbert aveva tutta l'intenzione di lanciare una nuova pop-band, questa volta completamente al femminile. Pubblicò quindi, assieme a suo figlio Chris, un annuncio sul quotidiano inglese The Stage che recitava: “Siete spregiudicate, estroverse, ambiziose e capaci di cantare e di ballare?”. Pochi mesi dopo nacquero le Spice Girls.
LE ORIGINI DEL FORMAT - Le Spice Girls erano sicuramente valide ragazze di spettacolo ma ciò che era stato completamente rivoluzionato dal nuovo format era l'accesso a ciò che succedeva prima dell'esibizione, dietro le quinte, e che gli altri tv-shows non avevano mai fatto vedere.
Nuova Zelanda, anno 1999. Jonathan Dowling, produttore televisivo, come Herbert decise di formare un gruppo di giovani ragazze aspiranti dive in un programma chiamato Popstars. Dopo le selezioni Dowling formò le TrueBliss e le mise immediatamente sotto contratto, facendole schizzare in cima a tutte le classifiche neozelandesi con il singolo “Tonight”. Il programma fu un vero successo e due anni dopo il format venne acquistato da Simon Fuller, figlio di un ex pilota della RAF e capo della XIX Entertainment, colosso mondiale nel campo del mainstream management che nel 2008 ha fatturato più di 288 milioni di dollari. Sotto l'ala della compagnia oggi ci sono superstar come David Beckham, Lewis Hamilton, Jennifer Lopez e le Spice Girls, entrate nella cerchia di Fuller dopo incomprensioni con le Heart Management, la società degli Herbert. Il progetto televisivo era economicamente esplosivo, utile per sfruttare il boom delle tv commerciali del nuovo millennio. Ritornò quindi in voga il termine “Talent Show”, per sottolineare maggiormente il fine di questa nuova tipologia di programmi: scoprire nuovi talenti e lanciarli nel mondo dello show-business.
LE NOVITA' DEL PROGRAMMA – Dowling in Popstars aveva capito che gli ascolti potevano essere incrementati non semplicemente stimolando lo spettatore attraverso un programma originale, ma rendendo quest'ultimo parte attiva dell'evento stesso. Veniva così avviato un rapido processo di “democratizzazione” della tv, dando al pubblico la diretta possibilità di scegliere, di conoscere, persino di affezionarsi alla propria personalissima aspirante pop star, seguendola passo dopo passo nella scalata verso il successo. Lo spettatore veniva completamente immerso nel programma sin dalla sua genesi, fin dal momento della selezione delle candidate. Le telecamere erano proprio lì, in quello stanzino dove si tenevano i provini. Qualora al pubblico non fosse piaciuta la scelta dei giudici, questi avrebbero comunque potuto successivamente modificare quel giudizio con un banale televoto. Il tutto in un susseguirsi di sfide all'ultima ugola, tra quarti di finale, semifinali e finali, come in una Champions League.
IL SUCCESSO PLANETARIO – Popstars venne riproposto (spesso sotto un diverso nome) in più di 50 Paesi del mondo, tra i quali Germania, Ungheria, Olanda e Francia. Nel 2001 Mediaset lanciò il programma anche in Italia. La conduzione fu affidata al giovane Daniele Bossari il quale componeva la giuria insieme a Irene Ghergo e Diego Quaglia. Da quella passerella televisiva emersero le Lollipop, un gruppo di cinque ragazze, le quali ebbero una discreta fortuna discografica fra il 2002 e il 2004 con i singoli “Down, down, down” e “Batte forte”. Nel Regno Unito Fuller, ispirato da Popstars lanciò Pop Idol, aperto anche ai ragazzi, e, come ricordato, fu un successo su scala nazionale. Will Young trionfò nella prima edizione del nuovo show britannico. Young divenne poi noto in Italia soprattutto grazie ad una cover della versione di Josè Feliciano di “Light my fire” dei The Doors. L'anno seguente, la seconda edizione fu vinta invece da Michelle McManus, una giovane artista scozzese.
DA POP IDOL A X-FACTOR - Dopo le due serie il format fu messo sul mercato e anche il modello Pop Idol iniziò a diffondersi in tutto il mondo. Dal 2004 in poi ebbe inizio quella che gli inglesi chiamano “The Idol series”, cioè un franchise internazionale da milioni di dollari che ha dato poi vita ai più famosi talent show del pianeta. Nello stesso anno il programma di Fuller venne sostituito in patria da X-Factor, aperto anche agli “over 25” e ai gruppi, ma la sostanza della trasmissione rimase di fatto identica. Intanto però il marchio Pop Idol si diffondeva a macchia d'olio in tutti i continenti, nella maggior parte dei casi mantenendo lo stesso nome o la stessa impostazione grafica. Dal giugno 2002 la Fox iniziò a trasmettere American Idol (con Simon Cowell nella giuria, futuro creatore di America's Got Talent e X-Factor e già giudice di Pop Idol) mentre in Germania il programma prese il nome di Deutschland sucht den Superstar. Dal 2004 in India fu trasmesso Indian Idol e in Grecia invece la denominazione dello show fu cambiata in Super Idol. Oggi centinaia di programmi in tutto il mondo presentano la stessa struttura di Popstars e Pop Idol, in una catena che va da One In A Million a Objectivo Fama, passando per Britain's Got Talent e The Voice. Tutto questo grazie alla lungimiranza di un produttore televisivo neozelandese, che, come ci ricorda il New York Post, “is not rich and he has never met Simon Cowell”.
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