
Cohousing significa “vivere insieme”. In danese, ad esempio, la parola “bofaelleskaber” si traduce in “comunità vivente”. Rappresenta concretamente un modello abitativo che unisce la piena indipendenza del nucleo familiare con la condivisione di spazi e servizi comuni. Il fenomeno ha le sue radici nei paesi scandinavi, Danimarca in testa, e data primi anni Settanta. Diffusosi rapidamente negli Stati Uniti, seppur su basi realizzative differenti, ha varcato nuovamente l'Oceano per presentarsi come possibile alternativa abitativa anche nei Paesi del Mediterraneo, Italia per prima.
Il cohousing è la risposta specifica all'esigenza, sorta a fine Novecento nei paesi scandinavi, di ritrovare e rivivere la socialità venuta meno con l'emergere imperante dell'individualismo. Concretamente rappresenta una forma di vicinato elettivo dove coesistono abitazioni private e servizi comuni armonizzati in maniera tale per cui si possa garantire la massima privacy all'interno della propria abitazione. Al contempo, tuttavia, si condividono spazi e servizi, anche dal punto di vista economico. L'esperienza del cohousing si pone come un “unicum” nel panorama abitativo tradizionale, discostandosi dai due opposti estremi: da un lato il condominio e dall'altro l'eco-villaggio, i quali richiedono una più spinta intimità e la profonda condivisione di un progetto di vita. Il cohousing, diversamente, prevede che il nucleo familiare sia del tutto indipendente dal punto di vista economico e valoriale, ma consente di colmare le “solitudini”, figlie della società attuale.
I PRESUPPOSTI - Storicamente – come spiegano Durrett e McCamant – i primi due architetti che ne introdussero la riflessione nel corso degli anni Ottanta in America, il fenomeno del cohousing trae le proprie origini dalla volontà di reinterpretare le relazioni sociali tipiche delle società pre-industriali in quella odierna. I due apripista parlano positivamente di quei legami interpersonali abbastanza forti. Queste relazioni responsabilizzano maggiormente l'individuo nelle sue azioni e, parallelamente, gli garantiscono sicurezza e senso di appartenenza. Tali “fenomeni” abitativi fioriscono sempre più ai margini delle metropoli occidentali come risposta all'atomizzazione e al senso di solitudine che spesso le caratterizza. Il cohousing, come lo conosciamo oggi, è un connubio di molteplici fattori che sono spesso il frutto di esperienze passate. Il riferimento più netto è all'interscambio, spesso informale, della propria professionalità all'interno delle comunità. Ma non solo. Oggi fare cohousing si accompagna, spesso, a parallele e differenti iniziativi: edifici a contenuto impatto ambientale, car-sharing, orti condivisi. Realtà assodate, ad esempio, anche a Milano.
LE ORIGINI E GLI SVILUPPI – È in Danimarca che si ritrovano le prime esperienze di cohousing. Sorsero sulla scia del movimentismo sessantottesco: la prima è databile 1972, a Skraplanet, e vedeva coinvolte 27 famiglie. Fu opera dell'architetto Jan Godmand Hoyer, considerato l'ideatore del cohousing e, probabilmente grazie al suo slancio, ora circa il 2% dei danesi vive questa esperienza abitativa secondo un'indagine di Matthieu Lietaert, docente universitario alla Richmond University ed alla James Madison University di Firenze nonchè autore del libro “Cohousing e condomini sociali”. In Svezia il fenomeno attecchì fortemente negli stessi anni ma si è contraddistinto per l'iniziale supporto finanziario da parte dello Stato. Ora si contano circa 50 strutture di cohousing ben integrate nel tessuto urbano.
Anche in Olanda il cohousing origina nei primi anni Settanta quando il movimento femminista incoraggiava nuovi modelli sociali incentrati sulla persona, sull'eguaglianza dei sessi e su una maggiore solidarietà. Sviluppatosi gradualmente negli anni successivi e diventato modello alternativo di vicinato, il cohusing olandese conta circa 100 strutture. È rappresentato istituzionalmente dal Landelijke Vereniging Centraal Wonen, il sindacato dei cohousers.
Durrett e McCamant furono dunque i portavoce Oltreoceano dell'esperienza del coabitare. In seguito ad un viaggio in Danimarca, rientrarono negli Stati Uniti con le idee molto chiare. Crearono un movimento che diede impulso a 250 progetti e il fenomeno prese ad emergere ininterrottamente, da allora fino ad oggi. Complice la recente crisi dei “subprime” e il drammatico crollo del mercato immobiliare, il cohousing, certamente al di fuori di manovre finanziarie speculative, viene sempre più riconosciuto come una soluzione abitativa efficace. Seppur con maggior lentezza, una graduale evidenza del fenomeno sta riguardando anche i Paesi dell'Europa mediterranea, Francia, Spagna ed Italia in testa.
IN ITALIA – Nella Penisola, a partire dal 2006, si è registrata una crescita notevole dei progetti e, di pari passo, ha raccolto una progressiva mediatica. Sembrano essere due, al momento, i modelli italiani di cohousing: il primo, in linea con l'esperienza americana, è rappresentato dalle soluzioni proposte dalle agenzie specializzate. Queste accompagnano le famiglie in tutte le fasi più importanti della scelta: dal progetto edilizio alla costruzione della struttura con, inclusi, percorsi di formazione alla vita in condivisione. Il secondo modello, invece, più simile a quello danese, riconosce alle famiglie una completa autonomia progettuale e realizzativa; i costi risultano più bassi ma, allo stesso tempo, i tempi di realizzazione scontano una più elevata durata.
Cohousing come bene pubblico, come strumento di democrazia partecipativa, come indice di cittadinanza attiva. Se nei paesi scandinavi è ormai un modo consolidato di costruire e di abitare, nei paesi del Mediterraneo esso costituisce una rivoluzione culturale non ancora pienamente sviluppata.
| Il Sole 24 ORE - Finanza e Mercati - Azioni |
| Il Sole 24 ORE - Finanza e Mercati - Azioni |
Commenti
Complimenti.
RSS feed dei commenti di questo post.