Per la terza volta nella storia, il capoluogo lombardo si accinge a ospitare un grande evento espositivo di portata internazionale. L’Expo in programma per il 2015 è tra le più recenti e maestose iniziative economiche, scientifiche, culturali e tecnologiche concepite all’interno di una prassi in voga nel mondo da più di duecento anni. Nell’intento di dedicare all’importante mostra e alla sua fase preparatoria un progetto editoriale nel corso del prossimo trimestre, introduciamo al lettore alcune considerazioni sulla natura dei grandi eventi, sulla genesi delle Esposizioni Universali e sul loro contributo storico e geografico all’identità del territorio.
GRANDI EVENTI - Nell’orizzonte polimorfo e spesso dispersivo della modernità, un grande evento è quel fenomeno ancora capace di suscitare nel pubblico che lo accoglie reazioni e sentimenti di catalizzazione dell’interesse plurale e di convocazione della collettività. Che si configuri come manifestazione - attesa o imprevista, lenta o repentina - di un accadimento escluso dalle categorie dell’ordinario o come raduno ricorsivo e simbolico della comunità attorno ai propri mezzi di identificazione culturale e di socializzazione, il grande evento richiama l’attenzione e l’emotività dei singoli al cospetto di una circostanza irripetibile destinata a cambiare un frammento di mondo, ponendosi in profondo dialogo con le soggettività coinvolte e con la realtà storica, qualificata nei suoi complessi paradigmi della tradizione e dell’innovazione. In quanto ricorrenza espressiva, antico rito di appartenenza comunitaria che assolve a funzioni archetipiche nell’immaginario popolare, il grande evento si propone soprattutto come pianificazione strategica, sistematica e integrata, meritevole di ripristinare quella sinergia complementare di attività, conoscenze, consensi, strumenti e servizi che di rado si congiungono in società, come quelle di oggi, quanto mai tecniche e settoriali. Non solo. A una mossa centripeta, tesa a innescare una griglia di progettazione, coordinamento e collaborazione tra figure istituzionali e agenti professionali, risponde un flusso centrifugo che dal cuore geofisico dell’evento irradia, con effetti promozionali, la periferia del luogo, l’ambiente esterno che grazie a complesse modalità comunicative sarà chiamato a partecipare, attore o spettatore, dello svolgimento dell’evento e del suo impatto sulla società. È quindi nella sua duplice natura territoriale e mediale, reale e virtuale, che il grande evento definisce la propria specificità, declinandosi come iniziativa culturale, religiosa, sportiva, economica o politica, sempre però esortata a commisurarsi con le nuove accezioni e dimensioni che territorio e comunità vengono ad assumere nell’era globalizzata.
IL MONDO IN VETRINA - Se centrale è, nella fenomenologia del grande evento, il coinvolgimento attivo della comunità che lo approva, è ugualmente condivisibile che l’idea di comunità trovi applicazione, oggi, su scala sempre meno locale e sempre più globale, di pari passo con l’irreversibile mutamento che la comunicazione di massa e la condivisione universale dei valori del consumo hanno determinato nel rapporto tra uomo e territorio. Non più come prima, ai nostri giorni, collimano la civiltà e la sua culla spaziale, la vita quotidiana e il suo radicamento al suolo fisico che la genera. La moltiplicazione dei luoghi è causa o conseguenza di quel costante processo di trasferimento di senso che rende possibile, nel presente, l’abbattimento di frontiere culturali e la circolazione ininterrotta di merci, valori, sistemi di produzione e stili di vita. Nel graduale affermarsi della modernità, a ridosso delle grandi rivoluzioni tecnologiche che hanno potenziato le economie mondiali, anche le forme di rappresentazione e le vocazioni dei grandi eventi hanno subito rinnovamenti e trasformazioni. Così, dalle tradizionali celebrazioni a carattere culturale e sacrale delle società antiche e pre-industrializzate, ha preso piede sul finire del Settecento il periodico allestimento urbano delle Esposizioni Universali. Vere e proprie vetrine mondiali del progresso, della ricchezza e del potere della civiltà industriale e occidentale, le Esposizioni innestavano piattaforme inaudite di spettacolarizzazione della vita pubblica e delle merci su uno sfondo antropologico ancora dominato, in assenza dei mass media, dalla raffigurazione fisica dal vivo, dall’accesso selettivo alle fonti informative e dalla tradizionale modalità di comunicazione in presentia. Fu la Parigi del 1798 a inaugurare, con la prima esposizione pubblica dei prodotti dell’industria bellica francese, il modello espositivo che condizionerà il secolo venturo e in particolare la Great Exhibition londinese del 1851, spartiacque della comunicazione commerciale dei decenni a venire. Nel resto del secolo e in quello successivo, una fitta successione di esposizioni ha continuato a investire le grandi capitali dello sviluppo globale; è alla metà del Novecento, però, che si prospetta una svolta. Sull’esempio dell’Esposizione Universale a Bruxelles di fine anni Cinquanta, infatti, l’evento espositivo inizia a configurarsi come vero e proprio dispositivo di crescita e cooperazione mondiale, aprendo le porte alle poderose realtà asiatiche e ai principali protagonisti della ribalta internazionale.
MILANO VERSO L’EXPO - Resta indefinito e controverso, nello scenario fin qui brevemente proposto a proposito della nascita delle Esposizioni Universali in seno alla strategia comunicativa del grande evento, il nesso emblematico che vincola la mostra alla città che la contiene, il territorio madre che di volta in volta ne assorbe energie, pressioni, vantaggi, infrastrutture, obiettivi e nondimeno, a lavori terminati, eredità architettoniche e concettuali. Se pianificare una grande esposizione è prima di tutto un atto di identificazione e potenziamento del luogo, un inno al territorio, un investimento sulla sua immagine e una scommessa sul suo successo, la caratura delle Esposizioni Universali è destinata a sovvertire, per definizione, l’equilibrio locale del territorio e a catapultarlo nella spirale generale della produzione, del consumo, dell’esibizione e del progresso. Quasi alla stregua di un salto avanti nel tempo, di un’icona d’avanguardia, le Esposizioni Universali mirano a definire il ruolo che le grandi città storiche dovranno assumere nella società internazionale e globalizzata del presente e del futuro. È questa, naturalmente, la prova di merito offerta a Milano, sito prescelto della prossima Esposizione Universale in previsione per il 2015. Già sede, tra Ottocento e Novecento, di eventi espositivi che ne hanno sancito il trionfo industriale e l’elezione a città più moderna d’Italia, il capoluogo lombardo si prepara oggi a condensare le proprie risorse attorno a un mastodontico progetto espositivo e formativo che chiama a confronto modelli, propositi e possibilità di sviluppo sostenibile ispirati al tema universale “Nutrire il pianeta, energia per la vita”.
FUSIORARI - Da osservatori diretti e quotidiani interlocutori della realtà meneghina, nonché redattori di una testata nata e cresciuta sul suolo milanese, ci proponiamo di avviare un percorso editoriale volto a indagare e interpretare la preparazione di Milano al grande evento, specificandone l’originalità di soluzione estetica e di strategia comunicativa. Attraverso un costante riscontro con le precedenti esperienze espositive, tra uno sguardo su Milano e uno al resto del mondo, passeremo in analisi le dinamiche interne e internazionali che la manifestazione potrà attivare, valutando prospetti economici, programmi di riconversione ecologica e creativa del territorio, iniziative politiche e sociali e fenomeni di prestito intellettuale, artistico e tecnologico a livello globale. Senza trascurare, in considerazione del forte impulso dato dalla tradizione culturale e dalla memoria storica all’evoluzione del territorio, il recupero del lascito leonardesco nella progettazione funzionale della città espositiva.
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