
Il fenomeno del “downshifting” esiste già da tempo, sebbene si sia affermato solo negli ultimi anni come un movimento capace di creare una galassia dotata di best seller e siti accreditati, guru e testimonial di tutto rispetto, dove orbitano tanti manager quanti ecologisti pronti a tutto pur di comunicare al mondo la loro voglia di disertare ed il loro profondo desiderio di invertire la rotta.
I “downshifter” non sono al di fuori del sistema economico, ma dentro, a volte con ruoli di prestigio che li rende (forse) più invisibili, ma anche più preziosi. Non a caso, i “downshifter” ritengono un loro pioniere Robert B. Reich, noto docente universitario statunitense e segretario del Dipartimento del Lavoro durante l'ultima amministrazione Clinton, il quale si dimise dall'incarico per passare più tempo con la famiglia. Diversi, poi, i loro maestri: c'è Pierre Sansot con il suo “Sul buon uso della lentezza. Il ritmo giusto della vita”, Viviane Forrester che ha scritto “La violenza della calma”, e quel Tom Hodgkinson autore de “L'ozio come stile di vita”. Nei loro testi traspare la delusione della modernità, la grande illusione della tecnologia che sembrava dovesse liberarci dal lavoro (e, invece di darci più tempo, ce l’ha tolto), il piacere ritrovato della lentezza. Se questi sono i maestri, ci sono poi le avanguardie: sono i professionisti che hanno “mollato” la carriera per convertirsi ad un altro stile di vita più sobrio, decisioni da sempre descritte come scelte individuali ed eccentriche, ma che per i “downshifter” emergono piuttosto come punte di un movimento che vuole cambiare la qualità della vita (e, quindi, l'organizzazione del lavoro) fin dalle fondamenta, consapevoli che la carriera ha perso il suo fascino e la sua insidiosa necessità.
Senza dimenticare, però, che il termine – a cui è stata dedicata (per onor di cronaca) perfino un’intera settimana, nel 2007, dal 23 al 29 aprile, su iniziativa della Gran Bretagna – fu in realtà usato per la prima volta nel 1994 dal “Trends Research Institute” di New York per indicare il comportamento di persone che barattavano una riduzione anche consistente del loro stipendio in cambio di maggior tempo a disposizione; ed è oggi una voce del “New Oxford Dictionary”, il quale ne ha anche fissato il valore lessicale, individuandone il significato nel (libero) scambio di una carriera economicamente soddisfacente ma stressante, con uno stile di vita meno faticoso e meno retribuito, ma più gratificante dal punto di vista personale.
Ed ecco, allora, che sembra doveroso tornare a parlarne, darne eco e ragione di tante (belle) suggestioni. Nasce nel mondo anglosassone ed è un invito semplicemente rivolto a tutti: «Gettate un sasso nello stagno della fretta».
IN CAMMINO VERSO LA SEMPLICITÀ - “Downshifting: how to work less and enjoy life more”, “Downshifters, Guide to re-location”, “The essential downshifter”, “Downshift to the good life”: davvero difficile ricordare tutti i testi pubblicati sul tema in oggetto, libri di riferimento per chi sta pensando alla propria rivoluzione esistenziale. Di uno, però, qualcosa in più ci sembra doveroso aggiungere, se non altro perché tutto italiano: “Adesso basta”, editore Chiarelettere (in tutte le librerie e disponibile in formato e-book). L’autore è quel Simone Perotti che abbiamo incontrato. «Lasciare il lavoro e cambiare vita (si può)»: con un simile messaggio può benissimo essere considerato il primo vademecum italiano sul “downshifting”, scritto da chi ci è riuscito, a cambiare la sua vita («senza essere ricco di famiglia o vincere al SuperEnalotto», come lo stesso Simone ci tiene a ribadire). Ci vuole metodo, ci vuole costanza. Qualcosa di molto diverso dal sogno del chiosco sull’isola deserta, del “6” al Superenalotto o dell’eredità milionaria da una zia sconosciuta.
È ovvio che per rinunciare ad una parte dello stipendio è necessario che questo sia abbastanza significativo, ma tra i "downshifter" rientrano (a pieno titolo) anche tutti quelli pronti ad adottare uno stile di vita più rilassato, naturale ed ecologico, dunque meno consumistico; insomma, sono quelli che vogliono porre fine alla “grande corsa”, alla frenesia che fa riempire i vuoti della giornata con sempre nuovi impegni, come in un puzzle a cui manca inevitabilmente un tassello per potersi dire compiuto: per il “downshifter” il tempo è più importante del denaro, l'ozio diventa un momento creativo che non va sprecato in inutili consumi, e il lavoro – o, meglio, la sua attuale organizzazione – viene a costituire un residuo di epoche passate.
È altrettanto vero che “scalare una marcia” sembra possibile soltanto al termine di un processo di risparmio, dell’accumulo di un gruzzolo che poi verrà lentamente eroso; il cambio di città è motivato quasi sempre dalla necessità di trovare posti dove il costo della vita sia più basso; la propensione al risparmio deve diventare ferrea, e questo significa cambiare pelle rinunciando alla naturale propensione al consumismo; e poi, come se non bastasse, occorre essere molto sicuri di sé, perché non avere più lo stipendio fa “oggettivamente” paura.
Non si può negare, tuttavia, la meraviglia che si può sperimentare proseguendo nel tentativo di decifrare il ritratto di una generazione che ne viene fuori, a ben vedere. I quarantenni di oggi. Quando è venuto allo scoperto, Perotti ha mandato una mail a tutti i 1.600 contatti della sua agenda. Amici, colleghi, conoscenti. Gli hanno risposto tutti, alcuni increduli, almeno 800 ammirati, invidiosi, comunque d’accordo con la scelta che il “quasi ex-manager” stava per fare. «Curioso: siamo passati dallo yuppismo interiore a cui abbiamo devoluto tutto, a una forma di rifiuto per quello che abbiamo conquistato. Abbiamo creato un meccanismo dal quale siamo stati strangolati, e siamo la prima generazione che se ne sta rendendo conto. Quelli che hanno maggiormente goduto di questo sistema, alla fine non sono felici. Così nasce un nuovo fenomeno sociale».
Ci vuole coraggio, e si può sempre tornare indietro. Alcuni lo fanno, con il cappello in mano, vivendola come una sconfitta. Nella sua vita, però, anche Simone Perotti ha ricevuto una telefonata. Era uno dei più grandi cacciatori di teste presenti in Italia. Gli stava offrendo “the big one”, l’offerta di lavoro a cui non si può rinunciare. In quell’occasione, Perotti gli ha risposto, nel corso della conversazione, confermando la sua scelta di “downshifter”. La prossima volta, potrebbe non essere così, potrebbero esserci ripensamenti. «Per il momento, sono libero da vincoli e costrizioni, e libero di gestire il mio tempo. Scalare una marcia significa questo»: confessa fieramente. Per il momento, mentre parla, in sottofondo si sente il rumore del mare.
LAVORARE PER CONSUMARE NON RENDE FELICI - Lo sappiamo tutti. Ma come uscirne? Cambiare vita (e farlo tutto da soli) sembra una scelta troppo faticosa. A tratti impossibile. E invece no! Ma neppure dire troppi “no” è sufficiente a renderci felici. L’insicurezza economica a cui andiamo incontro è spesso una (buona) occasione per ripensarci. Ma cosa vogliamo veramente?
Qua e là si trovano alcune idee interessanti, dove non si vende praticamente nulla, ma il successo si cela tutto nell'originalità dell'idea, che per il solo fatto di essere bizzarra diventa famosa, sprigionando una copertura giornalistica in grado di far piovere soldi su chi l'ha inventata: c’è chi è diventato ricco con dei pixel, e chi ha provato a “scopiazzarlo”; chi si è fatto praticamente regalare una casa; chi viene pagato per passeggiare in centro a New York (in Time Square, per l’esattezza) e chi fa soldi con le lattine; chi vende minuti e chi, con tono più ambizioso, dà nomi alle stelle (dietro lauto compenso, ovviamente).
C’è anche chi guadagna indossando una t-shirt: si chiama Jason Sandler, ed è colui che per primo ha avuto la bella idea nota ormai a tutti sotto la dicitura “I wear your shirt”. È lui che indossa una t-shirt diversa ogni giorno dell’anno: ma non sono magliette qualunque; sono simpatiche, attirano l’attenzione (a mo’ di spot pubblicitario) e servono a pubblicizzare le aziende o i servizi o i siti che lo richiedono. Davvero semplice l’attività che sta alla base: le aziende lo pagano per andare in giro e farsi vedere, generalmente in luoghi particolarmente affollati, dove tutti possono “recepire” questa sorta di messaggio commerciale a dir poco bizzarro; il suo percorso viene inoltre seguito su internet, perché attira simpatia e curiosità, e intanto la visibilità delle aziende e del marchio pubblicizzato si diffonde, a basso costo.
Come lui, Marco e Ricki si sono “proclamati” i primi Shirt Wearer italiani (www.shirtmen.it): «Avrai 2 ragazzi che indosseranno la tua maglietta per tutto il giorno. Il 1 luglio ti costerà 2,00 €, il 2 luglio 4,00 €, ogni giorno costerà 2,00 € in più rispetto al precedente fino al 30 settembre, per poi tornare a scendere fino al 31 dicembre, che costerà 2,00 €», ci dicono fin dall’home page del loro sito internet. Un’idea originale, che funziona.
Si tratta, evidentemente, di alcuni esempi di chi è riuscito a “fare soldi” vendendo “il nulla” – ne trovate “a valanghe” sulla rete. E noi? Quale posto sogniamo? Ci accontentiamo veramente, o forse abita anche in noi quell’indomabile desiderio di infinito? Quel richiamo all’essenzialità, da parte di “qualcosa di diverso”, dello “scalare la marcia e rallentare il ritmo” (o la corsa, se preferite)? A voi la scelta!
Ci piace, del resto, pensare che di lavori al mondo ce ne siano tanti: uno per ogni volto. Il segreto sta nel trovare la giusta chiave. Appuntamento al prossimo mese, allora, con la figura del Mystery Shopper: da qualche parte bisognerà pur cominciare. Buona creatività, per intanto!
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