Il Chiarismo. Omaggio a De Rocchi

Lunedì 26 Luglio 2010 23:00 Angela Azzarone Arts & Publishing - Arte
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Colori tenui e temi intimistici sono i protagonisti della mostra in corso a Palazzo Reale dal titolo Chiarismo. Omaggio a De Rocchi. Luce e colore nella Milano degli anni Trenta. Sono 110 le opere dei maggiori rappresentanti di questo movimento artistico nato a Milano - da Birolli a Semeghini, a Sassu, a Lilloni - esposte nell’antica sede del potere visconteo e sforzesco. Alla produzione di Francesco De Rocchi, forse il più originale talento del Chiarismo, è dedicata una sezione che rappresenta, al contempo, la più grande antologica a lui mai dedicata.

 

MILANO - La mostra è divisa in due sezioni: nella prima sono esposti i lavori di alcuni tra i massimi esponenti del Chiarismo mentre nella seconda le opere di Francesco De Rocchi. La rassegna parte dalle tele più significative precorritrici del movimento, quali Taxi rosso(1932) di Renato Birolli, Dioscuri (1931) di Aligi Sassu, Nudo verde (1934) di Luigi Broggini. Sono presentate poi le opere più rivelatrici del Chiarismo, come lo Schermidore di Del Bon, che divenne il manifesto del movimento, Lania(1936) di Spilimbergo, Ruscello a Medole(1930) di Lilloni e la Composizione in azzurro (1936) di De Amicis. La sezione dedicata a De Rocchi comprende i dipinti più importanti dell’artista, come l’affascinante Donna che si pettina (1932), La fanciulla dei colombi (1932), prediletta da Carrà, L’angelo musicante (1933), Mia figlia, tenera raffigurazione della sua bambina, inviata alla Biennale di Venezia del 1934, l’imponente Foro Romano (1936), con cui il celebre architetto Gio Ponti decorava la sua libreria. Molti dipinti, come Cislago(1930), Dormiente (1933) e Figura sdraiata (1939), sono inediti. Mai esposti prima sono anche il suggestivo Taxi rosso sulla neve (1931), opera del primo Birolli e l’Arlecchino musicante (1931), dello stesso autore, ritrovati nelle fasi di preparazione della mostra.

TENDONO ALLA CHIARITÀ LE COSE OSCURE… - Si esauriscono i corpi in un fluire/ di tinte: queste in musiche. Svanire è dunque la ventura delle venture. Questa bellissima immagine, creata da Eugenio Montale negli anni Venti del ‘900, non fu pensata per definire il Chiarismo, eppure lo rappresenta splendidamente. Del resto il legame della scuola con la letteratura è stretto: il termine fu coniato nel 1935 da Giuseppe Antonio Borgese, scrittore e critico letterario, per indicare un movimento pittorico che si sviluppò nei primi anni Trenta a Milano intorno alla figura del critico Edoardo Persico. Prese forma spontaneamente e senza un manifesto programmatico, nelle tele di giovani pittori "in un febbrile e vivace scambio culturale fra i Chiaristi e gli intellettuali del tempo, fra le aule dell’Accademia di Belle Arti di Brera e nei luoghi di ritrovo milanesi dell’epoca come il Caffè Mokador di piazza Beccaria", ha spiegato l’Assessore alla Cultura del Comune di Milano, Massimiliano Finazzer Flory. Angelo Del Bon, Francesco De Rocchi, Cristoforo De Amicis, Umberto Lilloni, Adriano Spilimbergo, Renato Vernizzi, Goliardo Padova, Oreste Marini furono i principali protagonisti del movimento. Le loro opere, caratterizzate da colori chiari, da una pennellata lieve e luminosa, vanno oltre la lezione del chiaroscuro del '900 – da Goya in poi - ed utilizzano le tonalità cromatiche per esprimere il sentimento e l’inquietudine. Ma, sembrano chiedersi gli autori (e noi con loro) cosa si cela dietro il chiarore? che rapporto esiste tra ladimensione reale e quella onirica? Per definire il Chiarismo non è sufficiente pensare all’utilizzo di colori chiari, comune a molti pittori, per puro gusto estetico. L’uso del colore dissolve i volumi e la solidità dei corpi e degli oggetti rappresentati, investendoli di una luce pallida, velata ed onirica, che ne mostra la fragilità (ne è l’emblema lo Schermidore di Del Bon).
I Chiarisiti introducono uno sguardo nuovo sulle cose e la necessità di far sentire l’aria nei dipinti, di introdurre citazioni di luce: soggetti preferiti sono ritratti, paesaggi, nudi. Le gradazioni poco cariche, quasi trasparenti, ottenute dipingendo su una base di bianco umida come nell’affresco, riempiono di emozione. Lo stupore cresce nelle sale dedicate a Francesco De Rocchi (Saronno, 1902 – Milano, 1978) che, all’inizio degli anni Trenta, prima di aprire uno studio a Milano e di diventare docente a Brera, dipinge alcune tra le opere più poetiche del periodo. Mescolando tonalità del rosa, ocra dorato e avorio che fanno pensare da un lato a Modigliani, dall’altro a Simone Martini, Luini, Gaudenzio Ferrari (maestri della pittura vissuti tra il ‘300 e il ‘500). Con quelli che vennero definiti colori dell’aurora, ritrae angeli adolescenti, castellane, bambini, contadini, ispirato dai volti che incrociava nel piccolo borgo di Cislago, nei pressi di Varese, dove viveva e sulle pareti affrescate della chiesa locale. Creando così, per dirla con le parole del poeta Alfonso Gatto, "un piccolo mondo di madreperla tirato col fiato".

Il Chiarismo. Omaggio a De Rocchi

Quando: Dal 16/06/2010 al 05/09/2010

Dove: Palazzo Reale - Museo

Piazza Duomo, 12 (Zona Centro Storico)

20121 Milano (MI)

Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Agosto 2010 13:32

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