Venticinque anni fa moriva Orson Welles: attore e regista cinematografico e teatrale, uomo di spettacolo a tutto tondo, ha legato il suo nome ad alcune delle più grandi - e sfortunate - imprese artistiche del Novecento.
“A otto anni facevo sparire le cose sotto gli occhi stupiti dei miei amici; a quindici ho visitato Cina e Giappone durante un giro del mondo in compagnia di mio padre; a ventitre, in diretta radiofonica, ho annunciato all’umanità lo sbarco degli alieni sulla Terra”. Chiunque vantasse imprese del genere sarebbe di diritto il più grande genio degli ultimi cento anni, oppure il peggiore bugiardo. Orson Welles era entrambe le cose, e molto, molto altro.
L'INCONTRO CON L'ARTE - Nato il 6 maggio del 1915 a Kenosha, nel Wisconsin, era innanzitutto figlio di un inventore e di una pianista: con una famiglia del genere non c’è da stupirsi che il piccolo Orson abbia cominciato a interessarsi allo spettacolo fin da piccolissimo. A undici anni, iscritto dopo la morte della madre alla Todd School di Woodstock, si dedicò con successo alla recitazione e alla scrittura, si esercitò nella prestidigitazione e diresse (curandone anche la scenografia) drammi classici, contemporanei e musical. Diplomatosi in questa scuola, frequentò per un po’ il
Chicago Art Institute e nel frattempo, tra un viaggio e l’altro, lavorò con la compagnia dublinese del
Gate Theatre e quella dell’
Abbey Theatre. Il teatro fu il suo primo amore, anche se non l’unico, e a proposito di sentimenti il suo ruolo più celebre - almeno agli inizi della carriera - fu quello del romantico Mercuzio in Romeo e Giulietta; William Shakespeare, del resto, era il suo autore preferito, quello che più di frequente metteva in scena. Il secondo medium che dovette fare i conti con lui – ma presto anche gli altri lo avrebbero conosciuto – fu la radio: a partire dal 1934, per la CBS, si occupò della trasmissione di radiodrammi rivolti agli studenti; tra un lavoro e l’altro fece le prove per il suo ingresso nel cinema, realizzando un cortometraggio di cinque minuti intitolato
The Hearts of Age, e si sposò con la prima moglie Virginia Nicholson. A questo punto, Orson Welles aveva diciannove anni e per la legge americana non era ancora maggiorenne. Un vero prodigio, oppure un fanfarone, non c’è dubbio. Ma di talento.
LA BEFFA - “E gli alieni?” si dirà. Arrivano anche loro: il 30 ottobre del 1939, alla vigilia di Halloween, il panico si scatenò in tutti gli Stati Uniti ma soprattutto in una zona del New Jersey non lontana da New York. La radio lo aveva appena detto, gli alieni erano atterrati e stavano cominciando la conquista del mondo: il traffico impazzì, le linee telefoniche esplosero e i cittadini terrorizzati cercavano si mettersi in salvo come meglio potevano. Ma nelle ore successive la calma si ristabilì, seppure a fatica, anche perché le notizie – per quanto incredibili – dicevano tutt’altro: era stata tutta una burla, o forse uno scherzo involontario, perché quell’annuncio radiofonico faceva semplicemente parte della riduzione del racconto
La guerra dei mondi scritto una quarantina di anni prima da H. G. Wells. Ricordate chi curava i radiodrammi per la CBS? Proprio lui, Orson Welles: il quale, volente o nolente, divenne uno dei personaggi più conosciuti negli Stati Uniti. Che si trattasse di uno scherzo ben architettato o di un involontario
qui pro quo, Welles aveva dato definitivamente prova della sua incontenibile creatività che dalla radio e dai teatri era pronta a volare ad Hollywood e a invadere i grandi schermi del cinema.
IL CINEMA - Ma siamo sicuri che lui stesso volesse fare questo grande passo? A sentire le sue dichiarazioni sembra di no: non voleva andare ad Hollywood, non gli interessava fare film e comunque a chi gli proponeva di lavorare chiedeva condizioni esagerate e un controllo totale delle operazioni. Nessuno a Los Angeles aveva mai dato un simile potere a un esordiente: eppure Welles lo ottenne. Il suo primo film (del 1940) fu subito un capolavoro:
Citizen Kane (in Italia tradotto come
Quarto potere), che raccontava la storia di un ricchissimo magnate americano scavando anche nel passato della sua infanzia, presentava trovate mai viste nel cinema (e Welles dichiarava candidamente di aver imparato tutto quello che c’era da sapere sulla telecamera in quattro ore, per merito del suo direttore della fotografia) e si impose ben presto come un modello del modo di fare film. Ma Welles si fece subito molti nemici: il protagonista ricordava troppo da vicino un miliardario allora molto potente in America e in molti tentarono più o meno velatamente di mettere i bastoni tra le ruote al film e al regista. E anche se dal momento della sua realizzazione
Quarto Potere non ha mai smesso di essere considerato un capolavoro, la carriera cinematografica - e non solo - di Orson Welles si è rivelata una delle più tribolate e rocambolesche che si ricordino.
FORTUNE E SFORTUNE - Quasi nessuno dei film successivi può essere considerato completamente farina del suo sacco: una volta terminate le riprese, il film gli veniva tolto di mano e rimontato senza alcun rispetto per le sue idee; la sala di montaggio era per lui territorio
off-limits e addirittura si approfittava della sua assenza dagli States per modificare i suoi lavori già conclusi. Per limitarci ai suoi film più famosi, questo accadde per
L’orgoglio degli Amberson del 1941, mentre
La signora di Shangai (1948) fu tenuto nel cassetto per due anni, e anche
L’Infernale Quinlan (che nel 1958 uscì stravolto dal montaggio) è stato solo di recente rimontato sulla base di appunti che Welles indignato scrisse di getto dopo aver visto lo scempio. Ma ancora più incredibile è la mole di progetti che, per i motivi più disparati, Welles non volle o non poté portare a termine. Sceneggiature tratte da
Guerra e Pace e dall’
Ulisse; adattamenti da Verne, Blixen, Asimov e Stevenson; pellicole dedicate a Cortez e Cellini, a Don Chisciotte e al capitano Achab: dopo aver girato il mondo con successo in giovane età, Welles pianificò molti viaggi nella storia e nella letteratura che quasi sempre naufragarono prima di cominciare. Ma lui non rimase mai a lungo lontano dalle scene: non potendo girare in prima persona accettò parti in pellicole altrui, spesso non facendo distinzione tra opere d’autore e film più commerciali. Lavorò con Carol Reed ne
Il terzo uomo (che fu premiato a Cannes) e con Pier Paolo Pasolini in
Rogopag, recitò in
Casino Royale (un film della serie di James Bond) e nel western all’italiana
Tepepa. Molto spesso i soldi che guadagnava gli servivano per finanziare i suoi progetti, ancora e sempre dedicati all’adattamento sul grande schermo delle opere dell’amato Shakespeare: fu lui stesso a interpretare, di volta in volta, Macbeth e Falstaff, Shylock e Otello.
IT'S ALL TRUE! - Un’altra diceria che circolava su Welles era che possedesse il dono della chiaroveggenza: e figuriamoci se lui si preoccupava di smentire. Del resto, già nel ’41 aveva esordito in uno
show itinerante tutto suo dedicato all’illusionismo e nel 1974 aveva girato un lungo documentario - intitolato
F come falso – sulle truffe, sui raggiri e sul rapporto tra verità e menzogna nell’arte, nel cinema, nella vita e in tutto il resto. L’uomo che aveva fatto tutte queste cose morì nel 1985, stroncato da un infarto nella sua grande casa di Hollywood dove si era stabilito dopo aver vissuto a Roma, a Madrid e in Inghilterra. A chiunque dubitasse di qualcuna delle sue imprese possiamo rispondere solo citando un altro dei suoi film (guarda caso incompiuto): che ci crediate o meno, “È tutto vero”.